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War Horse - Salvate il cavallo Joey (parte 2)

Schede

02/02/2012

 SPIELBERG E LA GUERRA
Tanti, e di varia natura, sono i temi che questo grande maestro del cinema ha trattato nelle sue pellicole; la guerra, da cornice o da protagonista, la troviamo in diverse occasioni. Il capolavoro del 1993, “Schindler’s list”, basato sulla vera storia di Oskar Schindler, affronta il tema dell’olocausto e ha come sfondo la seconda guerra mondiale. Questo periodo storico verrà trattato nuovamente dal regista in due brevi serie televisive (di grande successo negli USA) : “Band of Brothers” (2001), interpretata da Tom Hanks, e “The Pacific” (2010), incentrata sugli avvenimenti della guerra nel Pacifico. Ed ora, tredici anni dopo aver raccontato la seconda guerra mondiale in “Salvate il soldato Ryan” (1998), Steven Spielberg incontra la prima guerra mondiale, con una storia nella quale il conflitto è solo il drammatico background che avvolge le vite di personaggi estremamente positivi che, con la guerra, non averebbero voluto avere nulla a che fare. «A me interessava raccontare il mondo bellico prima della grande rivoluzione tecnologica, quando i cavalli erano i compagni di trincea dei soldati e portavano un sostegno reale alle truppe. Dopo i conflitti del ’15-’18 questi animali sono tornati a pascolare nei campi. Ed è forse lì che sarebbero dovuti sempre stare. In realtà non lo considero un film di guerra. Anzi, è decisamente un film anti-guerra, e che dà speranza». Il primo conflitto mondiale, reso ancor più estenuante e atroce dall’utilizzo delle trincee, viene dunque raccontato attraverso gli occhi di un cavallo, che appare come un essere a sé stante, un simbolo di grande purezza capace di diffondere valori preziosi anche in condizioni estreme, laddove la speranza è assente. E’ proprio questo elemento, a detta dello stesso Spielberg, che lo ha spinto a realizzare il progetto: il fatto che sia un animale a portare un po’ di umanità nell’atrocità della guerra. E’ un fatto paradossale ma ricorrente tanto nella letteratura quanto nella cinematografia. Non di rado infatti, vengono attribuite agli animali, in virtù della loro forte sensibilità, quelle qualità comportamentali che possono mancare a tanti uomini: il coraggio, l’innocenza, la fedeltà, la tenerezza e l’affetto incondizionato, il rispetto per la vita, l’amore puro privo di qualsiasi artificio o interesse. Il protagonista della nostra storia incarna queste qualità e, per usare le parole dello stesso Spielberg, "è in grado di connettere magicamente le persone". Persone che non hanno assolutamente nulla in comune, di nazionalità diversa, o che, addirittura, sono nemiche in battaglia, davanti a Joey trovano un punto d’incontro e la forza di mettere da parte le armi in nome di un bene superiore. Spielberg, che nella sua lunga e brillante carriera ha sempre mostrato una sensibilità particolare verso i grandi temi e i valori più profondi dell’essere umano, non ha voluto perdere neanche questa occasione per emozionare, commuovere e far riflettere.

 

LA CAVALLERIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Con l’avvento della guerra moderna anche la cavalleria fu costretta ad ammodernarsi, mutando anche il suo concetto ed uso, arrivando in alcuni casi ad essere classificata non più come cavalleria ma come semplice fanteria a cavallo. Ovviamente l’equipaggiamento andò cambiando, le lance vennero sostituite dai fucili e le sciabole dalle baionette. Nel 1914 la cavalleria era ancora piuttosto usata dagli eserciti moderni, anche se con l’inizio della guerra di trincea vide il suo declino - ma non la sua scomparsa.

Nella prima guerra mondiale la cavalleria o la fanteria a cavallo venne usata prevalentemente sia per pattugliare o esplorare, che per essere dislocata rapidamente in supporto di truppe di fanteria, o (quando il terreno lo consentiva) come vera e propria cavalleria usata per caricare le postazioni di artiglieria o caricare le colonne nemiche o comunque tagliarne la ritirata.
In ogni caso, di fronte al micidiale trinomio - trincea, filo spinato, mitragliatrici - l’utilizzo dei cavalli in battaglia divenne estremamente pericoloso.
Nel corso della guerra sono passate alla storia alcune imprese compiute dalla cavalleria italiana. La prima, nell’agosto del 1916, per liberare Gorizia ed inseguire il nemico in rotta. All’azione parteciparono sedici squadroni, tra cui l’intero reggimento “Udine”. Per l’occasione si rinnovarono le antiche ‘cariche’, anche se con difficoltà (e perdite) enormemente più grandi rispetto al passato. Ma l’impresa più eroica compiuta dalla cavalleria italiana è avvenuta nel 1917, a copertura e protezione delle forze che ripiegano sul Piave dopo la sconfitta di Caporetto. La protezione del ripiegamento è un compito durissimo, nel quale bisogna avere il coraggio di sacrificarsi mettendosi in mezzo tra la propria fanteria che ripiega e il nemico che avanza per annientarla. Un compito che necessita una ferrea autodisciplina che si imponga sull’istinto di conservazione da parte sia dei cavalieri che dei loro generosi destrieri.

 

LE NUOVE ARMI DELLA GRANDE GUERRA
La principale innovazione bellica fu introdotta dall’esercito inglese. Il 15 settembre 1916 gli inglesi durante la battaglia di Somme attaccarono le linee tedesche accompagnati da carri armati, i Mark. L’utilizzo dei mezzi corazzati scatenò panico nelle truppe del kaiser nonostante fossero ancora mezzi lenti e impacciati negli spostamenti. Il loro utilizzo non fu quello di aprire varchi nelle difese avversarie a cui far seguire le forze di terra, come avvenne nella seconda guerra mondiale, ma furono impiegati come supporto alla fanteria. Tra centinaia di chilometri di trincee, l’utilizzo di armi nuove e tecnologicamente più evolute (come i carri armati, le mitragliatrici ed i gas asfissianti), la grande guerra, iniziata con l’idea che fosse un conflitto breve e di facile soluzione, si tramutò in una lunga mattanza che lasciò 10 milioni di morti dopo 4 anni di violenza e morte.

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Scritto da Patrizia Morfù
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