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Viaggio a Kandahar

Schede

09/03/2009

Il film

Una lunga lettera d'amore. Questo è "Viaggio a Kandahar". Una lettera per non morire. Uno struggente diario dall'inferno del Paese dove tutto è polvere, anche le case, che sono di polvere, tenuta insieme dall'acqua degli stagni. �? l'amore per la sorella, la quale le ha annunciato la sua intenzione uccidersi il giorno dell'ultima eclissi del millennio, che spinge Nafàs, bella quanto coraggiosa profuga afgana in Canada, a tornare nella sua martoriata terra d'origine. �? lì che è rimasta, insieme con il padre, la sua sfortunata congiunta, perché mutilata di entrambe le gambe a causa dello scoppio di una di quelle numerosissime mine (oltre 30 milioni) che, fabbricate soprattutto da Italia, Belgio e Stati Uniti, sono disseminate in tutto il territorio afgano. Mancano solo due giorni all'eclissi; pochi per entrare clandestinamente dall'Iran nella zona sotto il controllo dei talebani: poco più di una decina di ore per arrivare dal Canada e chissà quanti giorni per percorrere qualche manciata di chilometri! Ma non è solo importante arrivare. �? necessario raccogliere, lungo il cammino, le voci, i suoni, i colori della vita che, prepotente, cerca di avere la meglio sulla morte, in quella terra di scempio e di devastazione: forse così la disperata volontà di morte della sorella di Nafàs potrà essere sconfitta. Ed allora, la giovane donna dagli splendidi occhi verdi cattura in un piccolo e sofisticato registratore (quale contrasto tra la sua modernità e la arcaicità del contesto!) le testimonianze di questo suo viaggio d'amore, in un dialogo immaginario con la sorella, fatto di ricordi della loro infanzia, e del presente, straziante, ma comunque degno di essere vissuto. " Per quanto i muri siano alti, il cielo è più alto" si dice ad un certo punto del film. Trasformate in fantasmi senza volto, in ombre che si muovono, dentro quei "burqa" che le avvolgono dalla testa ai piedi - e che, a dispetto della loro funzione di prigione, con tanto di grata di cotone all'altezza degli occhi, hanno colori meravigliosi - , le donne riescono tuttavia a tenere in vita una scheggia di femminilità, un forte desiderio del proibito. Lo avvertiamo nel loro passarsi furtivamente lo smalto sulle unghie, nel mettersi il rossetto, che nessuno vedrà mai, sotto il burqa, o nell'uso di tintinnanti e sottili braccialetti coloratissimi. Ma anche nelle scarpine, anch'esse di mille colori, che un marito porta con sé quando si reca a ritirare le gambe artificiali per la sua donna, mutilata dalle mine: appartenevano a lei, ora saranno calzate da piedi sintetici della stessa misura.

E, riuscirà il canto di un bambino, reso drammaticamente furbo dalla guerra - proprio come gli "scugnizzi" napoletani di "Paisà", che si vogliono vendere il soldato negro - ma che, pudicamente, si vergogna di farsi vedere dalla donna mentre canta, a riconciliare con la vita la sorella di Nafàs? O, sarà più convincente il messaggio di un medico, costretto a visitare le donne attraverso un piccolo buco nella tenda che le deve nascondere anche a quell'uomo! Egli ha cercato Dio combattendo in tutte le opposte e fanatiche fazioni religiose, ma finalmente lo ha trovato nella missione di curare con pillole, ma soprattutto con pane, i suoi disperati pazienti nel deserto afgano. Anch'egli è costretto a portare il "suo burqa", la lunga barba finta, cioè, che si applica sul viso perché la sua non gli cresce, è che pure gli è indispensabile perché sia considerato un uomo timorato di Dio.


Sono proprio questi particolari, di cui il "poeta" Makhmalbaf dissemina il suo piccolo film di un'ora e venti, che lo rendono al tempo stesso, realistico e potentemente simbolico, oggettivo documentario naturalistico, ma anche straziante e nostalgico rimpianto per la bellezza nascosta e negata, per tutto ciò che è proibito, per la vita mortificata, che però fa capolino attraverso mille poetici dettagli.

Così questo autentico fenomeno cinematografico, senza offrire effetti speciali o attori di sicuro richiamo, sta facendo affluire, nelle sale italiane, intere schiere di spettatori di ogni età, indotti certamente a sceglierlo per la sua drammatica attualità (ricordiamo, però, che il film è stato girato più di un anno fa), ma testimoni, poi, dei suoi autentici valori estetico-formali e contenutistici.

Mentre documenta la insostenibile situazione di un popolo costretto a vendere droga (il 50% della droga consumata dall'Occidente è prodotta in Afganistan, dove non esiste quasi altra coltura) e a combattere insieme con i talebani per sopravvivere, o ad emigrare (tre milioni, su venti di popolazione totale, negli ultimi vent'anni, ma nell'ultimo mese, in proporzioni bibliche), questo film è anche un gesto d'amore - come quello di Nasàf nei confronti della sorella -, un ultimo messaggio nella bottiglia da un popolo di naufraghi all'occidente del mondo, che solo oggi si accorge della sua esistenza. "Malgrado le pretese del mondo moderno e del cosiddetto villaggio globale, l'Afganistan era stato totalmente dimenticato. Nell'era della globalizzazione totale a questa nazione non era stato riservato nessuno spazio. Invece, io voglio dire, con questo film, che questo Paese esiste e vuole esistere. Se invece delle mine le superpotenze avessero piantato grano, ora tutta quella gente non sarebbe finita nelle braccia della morte e della disperazione" dice Makhmalbaf.

Scritto da ADMIN
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