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Un gatto da favola

Schede

06/12/2011

“Un gatto è un gentiluomo: elegante nell'atteggiamento, dalle maniere squisite e con una passione per i combattimenti corpo a corpo, sfrenate storie d'amore, duelli al chiar di luna e canti di gioia."

Pam Brown 

Il Gatto con gli stivali (Puss in Boots) 

Regia: Chris Miller

Distribuzione: Universal

La macchina da presa insiste sui piani americani, sui primi piani e sui dettagli. Poi due occhioni ammiccanti sotto la falda del cappello, e un compiaciuto mezzo sorriso a mostrar la natura spavalda e guascona del protagonista. La musica di sottofondo sottolinea magistralmente il pathos epico. Il paesaggio brullo e arso dal sole ricorda lo scenario delle lunghe cavalcate e dei fuorilegge. Ma non siamo in uno “spaghetti western” di Sergio Leone, sebbene l’ambientazione lo suggerisca, ma nella Spagna “caliente” della meseta e del flamenco.

Il personaggio sopra descritto è uno degli animali più celebrati dalle fiabe e dai cartoni animati: il Gatto. Nella fattispecie si tratta di uno specialissimo esemplare proveniente da antichi racconti popolari e da una recente saga animata caratterizzata da una strepitosa serie di successi e riconoscimenti, che risponde al nome di Shrek. Stavolta, però, la DreamWorks Animation, dopo averlo fatto esordire nel secondo capitolo della saga dell'orco verdastro, ha deciso di affidargli un film tutto suo.

Diretta dall’eclettico Chris Miller (Shrek III) la trama rispetta in pieno lo schema, le funzioni e i canoni della tradizione delle fiabe popolari in quanto profila il dualismo tra protagonista e antagonista, la presenza dell’aiutante dell’eroe e di un mandante, il danneggiamento, il tranello, la partenza dell’eroe, lo smascheramento del falso eroe, ecc.

Il Gatto si è alleato con Kitty Zampe di Velluto un’abilissima gatta ladra dal tocco felpato, e con Humpty “Alexander” Dumpty, un vecchio amico ovoidale, già caduto in disgrazia, e ora riabilitato, per appropriarsi di alcuni fagioli magici finiti chissà come nelle mani dei grevi e loschi Jack e Jill. L’intento è quello di seminare i legumi in un terreno adatto, e dopo aver atteso la crescita dell’enorme pianta fino al cielo, esplorare le nuvole per giungere al castello di un gigante, il quale, ha allevato un’oca che produce uova d’oro massiccio…

Un lungo flashback espone l’antefatto. Il felino, quando era solo un cucciolo, ma già dotato di un timbro vocale profondo, finisce nell’orfanotrofio di San Ricardo, un paesino sperduto nel cuore della penisola iberica, diretto da Imelda, una donna vigorosa e autorevole, la quale lo accoglie amorevolmente, educandolo al rispetto e alla convivenza civile. Lì il Gatto solidarizza con Humpty Dumpty, preso spesso di mira dai compagni per la sua diversità, e ne diventa il migliore amico. L’Uovo è un cervellone, inventore e sognatore vagheggia di fagioli magici e di volarsene via da quel paesino ristretto e isolato.

Dopo tante scorribande e monellate il Gatto interviene coraggiosamente a salvare l’anziana madre del comandante delle truppe dalla carica di un toro infuriato, e perciò viene salutato come eroe da tutti gli abitanti del villaggio. Dopo qualche tempo, però, rimane irretito, a causa dell’iniziativa del compagno che, contro il suo volere, e a sua insaputa, ha messo in atto un colpo ai danni della banca locale. Ma le cose non vanno nel senso sperato, e la rapina fallisce, provocando così, la cattura dell’Uovo, e la fuga del Gatto sul quale graverà la reputazione di fuorilegge e un’appetitosa taglia.

Il racconto prosegue tra mille peripezie e altrettanti colpi di scena, tra duelli a fil di lama, fughe spericolate sui tetti, imprigionamenti e folli evasioni, viaggi avventurosi a cavallo e tra le nuvole, spesso in contrapposizione con la coppia Jack e Jill, e del loro stupefacente armamentario di cattiverie. Ma il film offre anche tanta ironia e svariati momenti sentimentali. L’amicizia tra il Gatto con gli stivali, ricevuti in regalo a San Ricardo, e la conturbante dark cat dal tocco vellutato, si trasforma lentamente in qualcosa che assomiglia molto a un legame affettivo…

Tra le sequenze più travolgenti, difatti, annotiamo il lungo inseguimento tra i due felini all’inizio del film, e specialmente, la scena del duello danzante condito da mirabolanti evoluzioni acrobatiche al cospetto di una nutrita e miagolante platea di felini d’ogni tipo, accompagnato dalle sensuali note del flamenco. Anche le curiose performance tecnologiche dell’Uovo offrono innegabili momenti di spasso, unitamente alle numerose situazioni comiche scaturite sia dal ritratto dei due rozzi antagonisti che dall’accento di Antonio Banderas, il quale, come già avvenuto nelle altre animazioni di Shrek, ha doppiato anche in italiano, oltre che in spagnolo e in inglese il simpatico “micio macho” di sessanta, o giù di lì (considerando le calzature?) centimetri.

Molto più di uno spin-off di Shrek 2,  Il Gatto con gli stivali (destinato a dare vita ad un suo franchise), non trascura il ritratto psicologico dei vari personaggi delineando con attenzione gli scopi dell’eroe felino che intende portare qualche agio in più agli orfanelli (un po’ come accadeva per la missione dei Blues Brothers). I valori della solidarietà e dell’amicizia risultano prevalenti in questo racconto di redenzione e di riscatto per gli errori del passato, come pure il senso di appartenenza a un luogo e a una comunità.

 

Dalla fiaba archetipa all’avventura animata.

Un viaggio con cappa, spada e… stivali

“I gatti, come categoria, non hanno mai completamente superato il complesso di superiorità dovuto al fatto che, nell’antico Egitto, erano adorati come dei.”
Pelham Grenville Wodenhause

Se un’analogia vogliamo ritrovare nel confronto tra la fiaba popolare europea e il racconto di animazione che a quella si riferisce, essa non può che risiedere nella morale didascalica del messaggio, che indica l’abilità e la sveltezza d’ingegno come valori di gran lunga superiori a ogni altra qualità o fortuna materiale. Stabilito, inoltre, che Il Gatto con gli stivali è da ritenersi patrimonio della tradizione orale, prima ancora delle versioni scritte di Giambattista Basile o del romantico Ludwig Tieck, e di quelle più fortunate dei Fratelli Grimm o di Charles Perrault, non rimane che sottolineare l’originalità della revisione effettuata da Chris Miller, il quale, colloca l’eroico micio schermidore in un contesto meramente avventuroso, adottando così gli stilemi del genere che prevedono il ricorso a molteplici scene d’azione, la presenza di personaggi che lottano per un obiettivo comune, oppure affrontano ostacoli, o altri impedimenti, e magari subiscono una decisiva trasformazione nel corso della vicenda.

C’è però da riconoscere che le personalità espresse dai protagonisti non risultano stereotipate, né tantomeno rigidamente antitetiche. Piuttosto il lungometraggio in esame aderisce in buona misura al filone di “cappa e spada”, tanto celebrato tra il 1920 e il 1950, e tornato in auge in questi ultimi anni grazie ai successi riscossi dalla saga dei Pirati dei Caraibi (i primi tre episodi con Gore Verbinski regista, il quarto con Rob Marshall dietro la cinepresa) e dai recenti aggiornamenti delle gesta di Zorro (La maschera di Zorro e La Leggenda di Zorro, con Banderas), D’Artagnan (I tre moschettieri, nell’ultimissima rilettura ipertecnologica di Paul W. S. Anderson) e Robin Hood (con Russel Crowe diretto da Ridley Scott).

Insomma, il Gatto incarna una felicissima sintesi dei personaggi (tutti, o quasi, forniti di baffi) e degli attori che interpretano le dette avventure, a cominciare proprio dallo spagnolo Antonio Banderas, emulo dei mitici Douglas Fairbanks (Il segno di Zorro, Il ladro di Bagdad, Il pirata nero, La maschera di ferro…), Errol Flynn (Captain Blood, Le avventure di Don Giovanni, La carica dei Seicento, La leggenda di Robin Hood…), e del pirata più amato del terzo millennio, vale a dire, l’istrionico Johnny Depp.

Ma il successo di questa realizzazione non risiede soltanto nell’aver riproposto un’epopea avventurosa al passo coi tempi, in quanto ad essa si mescola mirabilmente la commedia sentimentale e la verve comico-umoristica che non solo cosparge di citazioni cinematografiche e letterarie i dialoghi, ma s’innesta abilmente nel mondo fatato e “trasgressivamente rivisitatato” di Shrek.

Difatti, la presenza del noto personaggio Humpty Dumpty deriva direttamente dalle filastrocche inglesi, e successivamente, da Attraverso lo specchio (seguito di Alice nel paese delle meraviglie) di Lewis Carroll che diede dignità, spazio e spessore all’uomo ovale. Anche l’episodio dei fagioli e della straordinaria pianta che svetta in cielo dipende da un altro celebre racconto popolare presente nella raccolta English Folk & Fairy Tales di Joseph Jacobs, che gli donò ampia notorietà: Jack e la pianta di fagioli (Jack and the Beanstalk); quest’ultimo fornì ispirazione anche a un medio metraggio Disney del 1947 (Topolino e il fagiolo magico) con Pippo, Paperino e Mickey Mouse alle prese con il temibile gigante che dimora in un castello tra le nuvole.

Tra i precedessori sul grande schermo di questo Gatto con gli stivali dobbiamo citarne almeno due. La prima è una pellicola live action del 1988, pubblicata in Italia solo in dvd, diretta da Eugene Marner, con Christopher Walken che recita la parte del Gatto.

Il Gatto con gli stivali di Kimio Yabuki, invece, è un cartone giapponese prodotto nel 1969 dalla Toei Animation, la quale, sull’onda del successo ottenuto ha adottato proprio il micetto, chiamato Pero, in omaggio a Perrault, come logo della casa di produzione, questo anime, a cui ha collaborato anche un giovane Hayao Miyazaki, è stato selezionato a partecipare (fuori concorso) alla Mostra del Cinema di Venezia dello stesso anno.

La Toei Animation, infine, ha ideato ben due sequel delle avventure di Pero: una versione western, Continuavano a chiamarlo il gatto con gli stivali (1972) e l’altra, Il gatto con gli stivali in giro per il mondo (1976) ispirata, come si evidenzia dal titolo, al più noto romanzo di viaggio di Jules Verne: Il giro del mondo in ottanta giorni.

CLAUDIO LUGI

 

Scritto da Patrizia Morfù
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