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The Majestic

Schede

09/03/2009

Nostalgia coraggiosa e contagiosa

Qualcuno ha associato The Majestic, l'ultimo film di Frank Darabont (Le ali della libertà, Il miglio verde) al nostrano Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. I titoli, in ambedue i film, ripetono, in effetti, i nomi di sale cinematografiche; nel primo caso, poi, il nome è quasi un cult. Majestic(al) in inglese significa maestoso, che è stato a lungo e in tutto il mondo un termine diffuso, per titolare una sala, fin quasi a diventarne un sinonimo. Sul versante narrativo e su quello della creazione artistica e del contenuto ideale, invece, il raffronto è più ardito e la similitudine deve essere necessariamente parziale. Nell'uno come nell'altro film, infatti, il luogo fisico, l'edificio, il cinematografo, insomma, costituisce lo scheletro, o se si vuole l'artificio, intorno al quale e per mezzo del quale si dipana gran parte del racconto filmico. Ma, mentre il cinema Paradiso di Tornatore è lo strumento per una celebrazione, però al tempo stesso, e soprattutto, per raccontare " da dentro" la passione e la dedizione al cinema, nel film di Darabont il "Maestoso" rimane un artificio narrativo che offre il destro per un omaggio a grandi film del passato ma serve sostanzialmente a raccontare un'altra storia, del tutto diversa. Siamo all'inizio degli anni Cinquanta. La "guerra fredda", nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale è in pieno sviluppo e sta interpretando uno dei suoi momenti più drammatici: l'intervento militare degli Stati Uniti nel sud est asiatico, in soccorso del debole regime filo occidentale della Corea del Sud, contro il tentativo di riunificazione messo in atto dal governo comunista della Corea del Nord (1950 - 1952). Sul fronte interno, le angosce e le ansie per il difficile e inquietante quadro internazionale sfociano in una sindrome, anche ben pilotata, di anticomunismo che viene alimentata e celebrata nella House un-American Activities Committee, la Commissione permanente di inchiesta per la repressione delle attività antiamericane, nella quale conquista il proscenio il senatore del Wisconsin Joseph Raymond McCarty. ? il maccartismo, che coinvolge nella furia persecutoria molti alti funzionari dell'amministrazione americana ma tiranneggia in special modo Hollywood, considerata da tempo un focolaio di attività sediziose. Peter Appleton, il protagonista (interpretato da un eccellente Jim Carrey), è un frivolo e ambizioso sceneggiatore - fidanzato con l'attricetta "rampante" Sandra Sinclair (Amanda Detmeter) - che sta godendo un momento di personale soddisfazione perché la sua prima opera cinematografica - un film di serie B, un po' smargiasso, I pirati di sabbia del Sahara - è in programmazione al Chinese Theater di Hollywood, in doppia proiezione, niente meno che con La regina d'Africa di John Huston.

Peter sembrerebbe un esemplare umano esente da qualsiasi rischio di persecuzione politica. Invece. Proprio la sua superficialità lo fa finire nella lista nera dell'atroce meccanismo maccartista. Anni addietro, al college, aveva partecipato ad una riunione filocomunista, senza alcuna propensione ideologica ma con il solo fatuo intento di conquistare una ragazza. Oggi, quel casuale ed innocuo accadimento si ritorce in un incubo. La cupa ed esasperata ideologia inquisitoria della Commissione impone che Peter renda la sua testimonianza, con i rischi prevedibili che questa comporta. Una notte, ubriacatosi per sedare l'angoscia e affogare la codardia e la solitudine (la opportunista e cinica Sandra lo ha lestamente abbandonato), Peter perde il controllo della sua automobile, salta il parapetto di un ponte e finisce in un fiume. Nell'incidente perde la memoria e si ritrova, il mattino seguente, senza sapere chi sia e dove sia, sulla riva dello stesso fiume; lì lo trova un affabile 'passeggiatore di cani', Stan Keller (James Whitmore), che lo conduce nella vicina cittadina di Lawson, dove egli vive. La piccola comunità che accoglie con curiosità ma anche con calda umanità lo sconosciuto vive da tempo in uno stato di depressione collettiva per aver visto falcidiata e quasi annullata dalla guerra la sua gioventù, che ha pagato lo spaventoso tributo di sessantadue giovani vite. Ma, sorprendentemente, Harry Trimble (Martin Landau), proprietario della vecchia sala cinematografica in disarmo - The Majestic, appunto - riconosce nel nuovo arrivato il figlio prediletto Albert 'Luke', eroe di guerra, dato per disperso nove anni e mezzo prima, durante lo sbarco in Normandia. In maniera altrettanto stupefacente, anche la affascinante figlia del medico Adele Stanton (Laurie Holden), una vecchia fiamma di Luke, conferma il riconoscimento fatto da Harry Trimble. L'evento così inaspettato elettrizza la cittadinanza di Lawson che interpreta il ritorno di questo figlio come un dono di Dio e si appresta ad esternare il proprio ringraziamento. Il risveglio e la rinascita della città è simboleggiata dal restauro del cadente Majestic, che il vecchio Harry, perso ogni interesse per la vita dopo la morte della moglie prima e del figlio poi, aveva lasciato andare in rovina. Con l'aiuto del figlio Luke e la partecipazione e il contributo di tutta la comunità, compreso il sindaco ed il consiglio comunale quasi al completo, il rinato Trimble fa sorgere a nuova vita anche il Majestic, che infine viene inaugurato con la proiezione del film musicale di Vincente Minnelli Un Americano a Parigi. Le settimane passano. Il Majestic ha un cartellone fitto di film della stagione (tra gli altri Un tram chiamato desiderio). Peter Appleton pur soffrendo ancora di amnesia e dubitando su chi egli realmente sia, trova conforto tra i cittadini di Lawson e comincia ad accettare la sua nuova identità. Troppi sono, però, i dubbi irrisolti, le incertezze perduranti - anche da parte della stessa Adele, che non è poi così sicura che quell'uomo sia il suo Luke - molte le domanda senza una risposta convincente (dove è stato Luke in tutti questi anni? Perché non è tornato o non è stato riaccompagnato a casa in forma ufficiale? Perché è riapparso in un modo così insolito? Ha un'altra vita?), che agitano l'anima dei più e che alimentano i sospetti dei pochi indifferenti al ritorno di Luke, come il piccolo inquisitore-consigliere comunale Ervin Clyne (Bob Balaban's). Un fatal giorno al Majestic viene messo in programmazione I pirati di sabbia del Sahara, il film scritto da Peter Appleton, il quale, a causa di questo shock visivo riacquista la memoria. Adesso che ha la certezza di vivere una vita che non gli appartiene saprà Peter rinunciare alla quieta esistenza, all'amore e all'aura di eroe che Lawson gli ha donato, per tornare, solo e accusato, in una città che non lo vuole e nella quale forse non potrà tornare a svolgere la sua professione di sceneggiatore? La domanda sarebbe retorica se non fosse che nella permanenza a Lawson Peter/Luke si è riappropriato - o forse sarebbe più consono dire ha conquistato - quella dignità e quella maturità, obsolete nella parentesi hollywoodiana, e che sono state invece forgiate dalla e nella convivenza con i retti, solidali, generosi cittadini di Lawson. La nuova consapevolezza che ha di sé conduce Peter a svelare, ad Adele prima e poi gli altri, la sua vera identità e ad 'affiorare' nella vita reale per affrontare senza patemi le ringhiose inquisizioni di McCarty e della Commissione dalle quali era più o meno consapevolmente fuggito.

La parte conclusiva del film è dedicata a questo confronto, che peraltro è stato più volte trattato nella filmografia americana più recente, da quando Hollywood, con molta circospezione, si è finalmente liberata da questo pesante fardello e dal giustificato senso di colpa per le troppe, vergognose, collaborazioni e gli espliciti e spudorati consensi all'operato della Commissione. Il confronto tra Peter Appleton e i membri della Commissione, in particolare il Presidente Doyle (Hal Holbrook), offre il destro agli autori per mettere in scena una rappresentazione alla cui suggestione pochi autori cinematografici hollywoodiani sfuggono: la lotta e la vittoria del bene sul male, dei buoni sentimenti sugli egoismi e le avidità, i sacri ed inviolabili principi sanciti nella Costituzione del 1787 e negli Emendamenti del 1791. Nel concitato botta e risposta, tipico degli interrogatori protervi attuati verso gli inquisiti, Peter dichiara di fronte alla Commissione: "Questo è il Primo Emendamento, signor Presidente. ? ciò che noi siamo, ovunque, se solo viviamo per esserne degni". Per non lasciare dubbi sulle sue intenzioni lo sceneggiatore del film Michael Sloane ha detto: "Noi abbiamo solo cominciato a scalfire la superficie di quanto fossimo prossimi al fascismo, in quel periodo. ? stato nient'altro che la criminalizzazione delle opinioni." Dunque non di una storia di cinema si tratta ne di una storia d'amore per il cinema (sebbene Darabont abbia rivelato la sua passione per il mondo al quale appartiene con esplicite citazioni nei due film precedenti: in Le ali della libertà il desiderio, esaudito, del protagonista di avere nella cella un poster di Rita Hayworth nell'interpretazione di Gilda; in Il miglio verde il vecchio detenuto negro rimane estasiato nel guardare, in televisione, Fred Astaire e Ginger Rogers ballare in Il cappello a cilindro). Darabont e Sloane hanno voluto piuttosto ripetere, secondo le loro corde, una trama, un canovaccio molto caro alla filmografia d'oltre oceano: la celebrazione delle virtù americane, la forza d'animo, la consapevolezza e la giustizia conquistate con sofferenza, la fede incrollabile nei valori della democrazia, della convivenza e della tolleranza, la solidarietà e un sano patriottismo non egoistico e non coercitivo; contro il male e le negatività della storia e della società, ovunque si annidino, anche e soprattutto in casa propria. L'intensità, i toni, le immagini e l'ambientazione con i quali questi principi sono espressi nel film, perfino la recitazione, rimandano in modo inequivocabile al miglior cinema 'civile' di Frank Capra, trasudante sana retorica e buoni sentimenti. La parte centrale del film, in particolare, quella che si svolge a Lawson, non può non farci ricordare le immagini e l'atmosfera di La vita è meravigliosa e la recitazione di James Stewart, Donna Reed e di tutto il contorno di caratteristi, tanto efficace in quella pellicola come in questa. D'altra parte, Ferndale, la cittadina scelta per 'interpretare' Lawson è un piccolo centro in stile vittoriano (è stata fondata nel 1852) nel nord della California che sembra rimasta ferma agli anni Cinquanta, tanto che non possiede neanche un cinematografo. Ma anche le scene della testimonianza rievocano con immediatezza la recitazione di Gary Cooper, di Spencer Tracy, di Stewart, nel ruolo di fieri ed animosi americani. ? stato addirittura detto, con qualche esagerazione, che se fosse stato girato in bianco e nero e avesse avuto un cast di contorno meno noto, The Majestic potrebbe sembrare un'opera di Capra di quegli anni. La produzione di The Majestic è iniziata prima della tragedia dell'11 settembre 2001 e non si può quindi tacciare i suoi autori di aver voluto cavalcare l'onda emotiva e il prorompente orgoglio nazionale, ma è certo che incontrerà una disposizione molto favorevole del pubblico americano e mondiale.
Scritto da ADMIN
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