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Per non dimenticare

Schede

09/03/2009
64921. Un numero. Ma per Gyuri Koves è qualcosa di più: è il suo numero. Di quando è andato all'inferno ed è poi tornato.
Gyuri Koves è un ragazzo di 14 anni, ungherese, la cui unica colpa è quella di essere ebreo in un momento in cui essere ebrei era un crimine che si pagava a caro prezzo.
Gyuri Koves è Imre Kertesz, premio nobel per la letteratura 2002 e questa è la sua storia.
La racconta abilmente Lajos Koltai, debuttante regista, ma già affermato fotografo cinematografico.
La vicenda inizia in Ungheria, in medias res, poiché la tragedia è già in atto, senza che però il protagonista ne riesca a cogliere la profonda entità; il film è infatti anche la storia della sua presa di coscienza, della fine obbligata dell'infanzia.
Il padre di Gyuri, anch'esso ebreo, è costretto a partire per l' Arbeitsdienst . Il ragazzo non se ne spiega il motivo e quando porge la domanda sul perché fosse destinato alla sua gente un trattamento simile, la risposta risulta per lui enigmatica e insoddisfacente: "questo è il volere di Dio". Poco dopo anche lui viene arruolato a lavorare in una fabbrica, ,ma ciò non ha nulla a che vedere con i campi di concentramento.
Lavora diverse ore al giorno, però ogni sera può tornare a casa sua, dispone di libertà.
Ma tutto ciò non è destinato a durare. Un giorno, senza preavviso o motivazione alcuna, "coloro che hanno le stelle gialle" sono invitati da un poliziotto a scendere dall'autobus.
Gyuri acconsente, tranquillo; ha permessi e documenti in regola. Ma si accorge che non è un normale controllo, quello in cui si è imbattuto. Non importa dei documenti e non è il solo.
Altri ragazzi che lavorano con lui alla fabbrica hanno subito la stessa sorte, commercianti e persino un ingegnere.
Sono trattenuti, contro la loro volontà, ignari del futuro. Persino il poliziotto che li ha fermati non sa cosa sarà di loro. Lui non li odia. Esegue direttive imposte, senza anch'esso comprendere fino in fondo
Poi suona il telefono. È l'ordine dei suoi superiori. I prigionieri ( da ora in poi è questa la loro condizione) vengono portati al comando tedesco, privati dei loro averi e, ancora frastornati, imbarcati su un treno merci, stipati in vagoni atti a contenere la metà di loro.
Il viaggio è lungo, scomodo, ma soprattutto verso una  meta ignota.
Fino all'arrivo ad una stazione ferroviaria. C'è un cartello alla stazione.
Per loro senza valore. Lo sbirciano: una certa Auschwitz…era l'inizio.
La permanenza di Gyuri nel celeberrimo lager dura comunque poco. Ne ricorda solo quello strano odore dolciastro e tanto fumo nero, che sporcava la candida neve.
Il suo campo, quello che davvero lo segnerà in modo permanente, è  Zeitz, lager minore, ma solo nelle dimensioni.

Scritto da ADMIN
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