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La mafia non esiste

25/11/2013

Grandi personaggi, grandi criminali, grandi stragi, il racconto della mafia attraversa da sempre la retorica dello scontro epico, quasi titanico, tra forze dell'ordine e criminalità organizzata. Un passaggio che sicuramente ha la sua necessità e dignità. Ma che non ha mai contemplato l'altra faccia della medaglia: la gente costretta a convivere tra questi  'fuochi'. Si può raccontare la mafia dal basso? Si può raccontare la vita ai tempi della mafia invisibile? E' quanto fa Pif con La mafia uccide solo d'estate, regalandoci uno sguardo ironico, sentimentale e politico sulla Palermo tra gli anni ’70 e ’90, che mostra come la dittatura della criminalità organizzata influisca sulla felicità di chiunque.

“A Palermo bisogna essere o bianchi o neri, perché la mafia è grigia, ti trascina verso di sé… ed è dappertutto: mentre giravo, mi sono reso conto che il posto dove giocavo a pallone da piccolo era proprio di fronte alla casa di Vito Ciancimino. Ciancimino riceveva Bernardo Provenzano, magari al boss è arrivata pure qualche pallonata…" (Pif)

IL FILM

La mafia uccide solo d'estate

Regia  Pierfrancesco Diliberto

Con Pierfrancesco Diliberto, Cristiana Capotondi, Claudio Gioè, Ninni Bruschetta, Teresa Mannino, Barbara Tabita, Domenico Centamore.

01 Distribution, Commedia-drammatico. 

Uscita 28 novembre 2013

Arturo nasce a Palermo lo stesso giorno in cui Vito Ciancimino, mafioso di rango, viene eletto sindaco. Ad otto anni è già innamorato di Flora, una compagna di banco, che vede come una principessa. Arturo è un ragazzo come tanti dell'Italia degli anni '70 ma, a differenza dei suoi coetanei del nord, la sua vita sentimentale e civile deve sempre fare i conti con la mafia. Nonostante questa presenza ingombrante nella sua vita ed in quella dei suoi concittadini, solo lui sembra accorgersene. Tutti negano, mentre sullo sfondo di questa tenera e divertente storia, scorrono e si susseguono gli episodi di cronaca accaduti in Sicilia tra gli anni ‘70 e ‘90.

Un modo nuovo di raccontare la mafia. Un film che dissacra i boss e restituisce l’umanità dei grandi eroi dell’antimafia. Un sorriso ironico e mai banale sugli anni terribili degli omicidi eccellenti.

 

 

 

IL REGISTA

Palermo è la città dove sono nato e cresciuto. Un giorno mi sono fermato e ho guardato indietro. E lì la domanda: ma come è possibile che a Palermo la mafia entrasse così prepotentemente nella vita delle persone e in pochi dicevano qualcosa?

 

Il tempo ti rende più lucido, più distaccato e allora capisci gli assurdi compromessi che si fanno con la vita, in maniera più o meno cosciente, per andare avanti. E fai finta che alla fine tutto vada bene.

Perché è faticoso uscire dal coro. Perché, per quanto amaro possa essere, sul momento si vive meglio abbassando la testa, e poi si vedrà.

 

Allora, essere un bambino a volte conviene. Perché imiti i tuoi modelli, cioè gli adulti.

E se per loro non ci sono problemi, non ci sono neanche per te.

I problemi arrivano quando, un giorno, il bambino capisce che la mafia non uccide solo d’estate.

 

Pif, all'anagrafe Pierfrancesco Diliberto, ex iena e conduttore e autore televisivo esordisce nella regia cinematografica con un film, scritto da lui stesso con Michele Astori e Marco Martani, che racconta l'educazione sentimentale e civile di un bambino nella Palermo degli anni 70, e la sua storia d’amore nata sui banchi di scuola, con Flora, interpretata da Cristina Capotondi, in una città che paga il pizzo alla Mafia e  nega l'esistenza del problema mafia.

Pian piano, però, cresce in lui la consapevolezza dell'importanza di avere una presa di posizione chiara nei confronti della mafia, nonostante nessuno lo ascolti. Palermo, in quegli anni, sembra avere altro a cui pensare. L'ostinazione del protagonista a interessarsi di mafia come un fenomeno reale lo farà diventare giornalista, ma lo separerà anche dalla sua Flora e i due si ricongiungeranno soltanto dopo le stragi del 1992, che apriranno definitivamente gli occhi alla ragazza. Sebbene si tratti di una storia inventata, sullo sfondo si srotolano fatti realmente accaduti. Fino al '92, appunto: l'anno "spartiacque", in cui morirono Falcone e Borsellino. Con questo film Pif, che ha già affrontato il problema della mafia a Palermo e in Sicilia con "Il Testimone" (trasmissione che gli ha fatto vincere a luglio il Premio Flaiano per la migliore conduzione), ha realizzato così due suoi sogni. Innanzitutto, quello di fare il regista, come suo padre: «Sono riuscito a fare quello che davvero volevo fare nella vita. Ovvero dirigere (e interpretare) il mio primo film». E, poi, dimostrare che si può fare un film (sulla mafia) senza favorire la mafia. Grazie alla collaborazione dei ragazzi di Addiopizzo, si è accertato che alberghi e altre attività di Palermo che hanno in qualche modo preso parte alla realizzazione della pellicola non pagassero il pizzo.

 

 

 

La mafia non esiste

Uno degli elementi che hanno reso ancora più forte la mafia è la sua immagine presso la popolazione siciliana. Un'immagine che nella seconda metà dell'ottocento e la prima metà del secolo successivo corrispondeva con un’organizzazione di ‘mutuo soccorso’ per le popolazioni vittime di uno Stato sempre più assente e poco incisivo nel risolvere i problemi individuali. Successivamente ha rappresentato una manifestazione talvolta violenta del folclore locale e delle usanze, ed infine per molti anni ha prevalso la negazione: la mafia non esiste e non è mai esistita.

Le ragioni che determinano il diffondersi di simili atteggiamenti nella società  dell’isola sono molteplici, ma fondamentalmente legate alla diffusa sfiducia della popolazione verso ogni forma di autorità costituita e verso i relativi sistemi legali. Una sfiducia che viene da lontano, dai secoli passati e dagli anni più recenti in cui i vari  stati ed i vari governi che si sono succeduti non si sono sforzati troppo per andare incontro alle esigenze degli abitanti, lasciando che si sviluppasse un sistema di controllo parallelo, attrezzato per difendere l'ordine sociale costituito,  risolvere dispute, riscuotere il pizzo, etc. Un sistema indirettamente legittimato prima dal tacito assenso dell'autorità governativa e successivamente, quando il tacito assenso era divenuto tacciabile di complicità, dalla sua invisibilità.  Quella dell'invisibilità è diventata l'arma più potente in possesso della mafia in quanto la proteggeva da qualsiasi attacco, grazie all’idea comune, sia tra la pubblica amministrazione che tra i singoli cittadini, di considerare l’organizzazione mafia un qualcosa di inesistente.

Nel corso degli anni questa opinione attecchisce perfettamente presso una popolazione che ha perso qualsiasi speranza nella risoluzione del problema,  e si moltiplicano le voci di coloro che affermano di non conoscere cosa sia realmente la mafia, che la mafia non esiste o che sia solo un concetto esagerato proveniente dal Nord del paese che non conosce la realtà siciliana. Primi fra tutti a fare tali affermazioni sono sindaci e rappresentati politici. Eppure la mafia, proprio in quegli anni, si sviluppa enormemente, ampliando il proprio giro d’azione, anche grazie a questa forte negazione.

 

 

La mafia al cinema

Nell'immaginario 'mafioso' collettivo un ruolo importantissimo spetta al cinema e alla tv. Negli anni 60 sul grande schermo si intrecciano due rappresentazioni contrapposte, quella comica e quasi demenziale di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia che intendono ‘far ridere’ attraverso la mafia e quella di denuncia di Francesco Rosi e Damiano Damiani. Tra i film più conosciuti della prima categoria di cinematografia mafiosa è possibile ricordare titoli come I due mafiosi(1963) e Due mafiosi nel Far West” (1964). Mentre, sempre nel 1963, anche se la storia non riguarda la Sicilia, ma potrebbe calzargli a pennello, Le mani sulla città di Francesco Rosi, un film sullo scempio edilizio e sulle connivenze politico-mafiose nella città di Napoli.  E qualche anno più tardi, Il giorno della civettadel ‘68, tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia, e diretto da Damiano Damiani, il primo che tenta di spezzare l'iconografia riduttiva della coppola e della lupara. E' degli anni settanta invece uno dei film, o meglio una saga, che ha segnato più profondamente l'immaginario collettivo raccontando la storia di una 'famiglia mafiosa': Il Padrino” di Francis Ford Coppola (1972) descrive la funzione e gli ideali della famiglia, avvolgendola però, e questo è il limite etico del film, in una atmosfera patinata e romantica, che ne nasconde, almeno in parte, la vera faccia criminale. Negli anni Ottanta, probabilmente a causa di un’ennesima ondata di violenza legata alla mafia, il cinema italiano torna ad occuparsi di questo problema con Cento giorni a Palermodi Giuseppe Ferrara (1984), che racconta la storia del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Negli anni 90 dopo le ennesime stragi mafiose di Falcone e Borsellino, il cinema italiano racconta con maggiore realismo, scavando nei dettagli, le storie di mafia. Sono gli anni di film importanti come La scorta(1993) di Ricky Tognazzi che si ispira alla vicenda di Falcone vista con gli occhi di quei poliziotti incaricati di proteggerlo; Il giudice ragazzino(1994), ispirato alla vera storia del giudice Rosario Livatino e I cento passi(2000) di Giordana che racconta la storia di Giuseppe Impastato, il giovane che decise di ribellarsi alla mafia. Alla luce del sole(2005) di Roberto Faenza, racconta la storia di Don Puglisi; infine, impossibile non menzionare Gomorra(2008) di Matteo Garrone, basato sull’omonimo libro di Roberto Saviano e Il Divo(2008), film scritto e diretto da Paolo Sorrentino che racconta parte della vita di Giulio Andreotti, entrambi non direttamente coinvolti con storie di mafia, ma sicuramente legati da un fil rouge di profonda interconnessione.

 

Scritto da Piero Cinelli
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