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Il cuore non dimentica

Schede

09/03/2009
L'ultimo lavoro di Mimmo Calopresti è un documentario; tratta dei sopravvissuti italiani ai lager nazisti. Per due anni ha visionato e selezionato le videointerviste raccolte dalla Shoah Foundation, fondata da Steven Spielberg nel '94 per preservare i ricordi dei sopravvissuti all'Olocausto. "Dopo un viaggio ad Auschwitz con il sindaco Walter Veltroni e alcuni studenti romani - racconta il regista - ho iniziato a lavorare su questo film: l'impegno maggiore era ascoltare le interviste ai sopravvissuti e credere alle cose che dicevano, perché erano letteralmente incredibili". Il film si basa per lo più sulle parole dei nove testimoni scelti; la macchina da presa è fissa, il montaggio è semplice, perché non servono effetti affinché i loro racconti giungano allo spettatore.
Mimmo Calopresti ha creato qualcosa di più di un semplice documentario: ha creato una poesia, viva e disperata. E come è giusto fare per le poesie bisogna iniziare ad analizzarle dal titolo: "Volevo solo vivere".  La storia tratta di nove protagonisti, e quei nove sono solo i portavoce di un popolo ben più ampio, quello dei deportati.
Eppure il titolo è al singolare; questo perché simboleggia il grido corale di tutti i morti e i sopravvissuti dell'Olocausto. Una sola voce, un solo orrore, un solo destino.
Bellissima l'allitterazione di volevo vivere, una volontà passata, in un certo qual modo ostacolata, ma con una continuità nel presente, ben espressa dall'imperfetto.
E "solo", che si frappone, presentando l'idea di vivere come una piccola e semplice richiesta. Ciò che per qualcuno è non solo scontato, ma quasi banale, per altri è il massimo desiderio. L'opera si apre con un filmato d'epoca nel quale Mussolini, nel 1938, annuncia il varo delle leggi antisemite, giustificate da una supposta superiorità razziale.
Inizialmente i racconti iniziano con la cattura. I ricordi sono molto simili. I tedeschi che entrano in città e cominciano a rastrellare ebrei. Tutti i protagonisti all'epoca erano bambini o adolescenti, il più anziano aveva diciotto anni e quasi nessuno era in grado di capire cosa stesse accadendo. Ma dai racconti traspare una incredulità e un'inconsapevolezza anche negli adulti: una delle donne che viaggiava nello stesso vagone con una delle protagoniste non si dichiarò particolarmente preoccupata poiché sosteneva " in fondo cosa possono fare, mica possono ucciderci?..."
Particolarmente evocative le fotografie dei nove superstiti scattate lo stesso anno della deportazione, quando ancora erano in famiglia e in salute, messe a confronto con quelle dei sopravvissuti dei lager, scattate subito dopo la liberazione.

Scritto da ADMIN
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