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Dietro le quinte di Babbo Natale

Schede

06/12/2011

“Voglio che oggi non pianga
nel mondo un solo bambino,
che abbiano lo stesso sorriso
il bianco, il moro, il giallino”.

Gianni Rodari

 

Il figlio di Babbo Natale (Arthur Christmas)

Regia: Sarah Smith e Barry Cook

Distribuzione: Warner Bros

Grazie ad un esercito di un milione di elfi, un'enorme slitta supersonica e un enorme centro di controllo sotto i ghiacci del Polo, Babbo Natale riesce a consegnare nell'arco di una notte seicento milioni di regali sparso in tutto il mondo. Ma quest'anno una consegna è saltata.

Prende avvio tra i ghiacci del Polo Nord, sarebbe meglio dire “sotto” la calotta polare, visto che proprio lì si trova il centro operativo che si occupa della consegna dei milioni e milioni di regali che annualmente giungono sotto l’albero di altrettanti bambini di ogni parte del mondo. 

Tale base consta di centinaia di postazioni elettroniche presso le quali si danno da fare migliaia di elfi al servizio di Babbo Natale, e agli ordini del primogenito Steve. Questi è un meticoloso organizzatore che utilizza al meglio ogni strumento e accessorio tecnologico al fine di allietare la festa più importante dell’anno. Inoltre, quasi un milione di elfi trasportati dall’ipertecnologica astroslitta S1 (150.000 km/h), una specie di Enterprise rivisitata a mo’ di slitta, larga un miglio e lunga due, sono impegnati nel recapito “porta a porta” dei doni, effettuato nel tempo record di circa diciotto secondi da squadre di tre elementi ciascuna.

Babbo Natale non può che gongolare per la sua super efficiente organizzazione, e per aver raggiunto il settantesimo anniversario di attività, anche se, di fatto, e soprattutto nelle ultime uscite, l’artefice è stato Steve, che non fa mistero di ambire al posto del vetusto genitore qualora (il giovane spera il prima possibile) questi si ritiri definitivamente. Del resto, il giorno successivo al 25 Dicembre non porta forse il suo nome? E poi è stimato enormemente dalla sua famiglia, che comprende anche Mamma Natale, giudiziosa consorte dell’omone rosso vestito, il vispo Nonno Natale, un vegliardo tradizionalista di 136 anni, che gode della compagnia di una mansueta renna domestica, e Arthur, il fratello più giovane, addetto del reparto "Lettere a Babbo Natale”.

Chiamato dai genitori “il grosso enigma”, per via dei guai combinati nel recente passato, Arthur è un ragazzo piuttosto confusionario, ma sensibile, ingenuo e sognatore, e soprattutto appassionato della magia del Natale, secondo tradizione familiare. Difatti, nel caos dell’ufficio in cui è stato relegato, egli legge attentamente ogni singola missiva che arriva al Polo Nord, convinto che ogni bambino debba ricevere un regalo per la ricorrenza della natività.

Anche la famiglia Natale passa la notte della vigilia e le altre festività, normalmente, nella tipica calorosa atmosfera, davanti al camino o alla tavola imbandita, discorrendo della riuscita dell’ultima missione, oppure passando il tempo con i giochi di società come “Natalopoli”. E in quella occasione, puntualmente, si accende un’aspra discussione sull’assegnazione dei segnalini: Babbo Natale, la slitta, la renna, la candela ecc. Stavolta, però, una notizia contribuisce a turbare la “solita” serenità: per un fatale disguido una consegna non è stata eseguita. Una su seicento milioni. Babbo Natale ed il figlio Steve lo ritengono un accettabile margine di errore. Ma non per Arthur Christmas, che tra le colonne di corrispondenza ricevuta, recupera velocemente la bella letterina illustrata di Gwen Hines, una bambina residente al numero 23 di Mimosa Avenue a Trelew, in Cornovaglia. La piccola, che s’interrogava su come Santa Claus riuscisse a consegnare i regali a tutti i bambini del mondo, aveva chiesto per Natale una bicicletta a rotelle Pinky Princess.

Mancano soltanto un paio d’ore al sorgere del sole, e al momento che i bambini hanno atteso tutto l’anno, e così Arthur si risolve d’intervenire. Con l’aiuto di Nonno Natale intraprende una spedizione a bordo di una vecchia slitta di legno e ottone (Evie), munita di una pariglia di otto renne in carne e ossa, un’antica mappa, della polvere magica, campanellini e quant’altro…

A bordo c’è anche la renna domestica, e perfino… un clandestino: si tratta di Bryony, l’elfo incartatore. C’è pochissimo tempo a disposizione prima che arrivi il mattino perciò i tre si dirigono in volo verso l’Inghilterra, ma la loro imperizia nel calcolare la rotta li dirotta prima a Toronto, in Canada, dove portano scompiglio nel centro cittadino, successivamente nell’Idaho (USA), dove aggregano alle renne rimaste un’esemplare pubblicitario in metallo dorato. Mentre i minuti scorrono la peregrinazione continua, prima nella savana africana, poi su una spiaggia di Cuba (Cayo Confites), dove Arthur è avvilito dall’insuccesso che si profila, per essere successivamente intercettati dalle forze della Nato, che li hanno scambiati per una navicella aliena. Riuscirà il figlio minore di Babbo Natale ad arrivare a destinazione in tempo, a consegnare la piccola bici rosa, e a salvare lo spirito della festività?

Senza svelare oltremodo l’esito finale della vicenda possiamo rassicurare il pubblico che il contrasto alla base del film, tra modernità e tradizione, rappresentato allegoricamente da Steve e Arthur, due fratelli “agli antipodi”, si risolve a tutto favore  della magia natalizia.

Perché Il figlio di Babbo Natale, diretto da Sarah Smith e Barry Cook, si avvale, nella versione originale di un cast stellare che comprende James McAvoy, Hugh Laurie, Jim Broadbent, Imelda Staunton e Bill Nighy (rispettivamente Arthur, Steve, Babbo Natale, la di lui consorte, e l’esplosivo Nonno Natale); perché racconta le peripezie di un viaggio di formazione e l’evoluzione interiore dei principali caratteri della storia; perché possiede il ritmo e la suspense di un film d’azione quando mostra la perfetta sincronizzazione di una squadra di elfi. Difatti, la sequenza accennata descrive l’operazione di disinnesco di un set di batterie Snovy (facile pubblicità autoreferenziale) all’interno di un giocattolo, la cui improvvisa anomalia funzionale avrebbe potuto svegliare anzitempo un bambino nel pieno dei sogni della notte più attesa dell’anno, con la conseguente rivelazione di Babbo Natale. 

Insomma, Arthur Christmas è un’avventura ingegnosa, umoristica e divertente, nella migliore tradizione della Aardman Animations, che per questa pellicola ha abbandonato, in favore della classica computer grafica, la caratteristica tecnica di animazione “a passo uno” (claymation), che prevedeva la ripresa dei modellini e dei personaggi appositamente creati in plastilina, con la quale ha ottenuto vari successi planetari, come Wallace & Gromit, Galline in fuga e La maledizione del coniglio fantasma.

 

Quella star di Babbo natale!

Se fossi un filosofo, dovrei scrivere una filosofia dei giocattoli, per dimostrare che nella vita non bisogna prendere nient'altro sul serio e che il giorno di Natale in compagnia dei bambini è una delle pochissime occasioni in cui gli uomini diventano completamente vivi.”

Robert Lynd

Che Natale sarebbe senza Babbo Natale? La sua importanza è cresciuta negli anni, fino a farlo diventare la vera icona delle festività. Grazie anche al cinema.

Cominciamo con il racconto del viaggio fantastico effettuato in treno da un bambino di otto anni per raggiungere il Polo Nord e la magnifica residenza appunto di Santa Claus di Polar Express (2004).  Girato con una tecnica innovativa chiamata performance capture in grado di garantire movimenti ed espressioni naturali alle diverse caratterizzazioni umane, il bel racconto di Robert Zemeckis mostra l’attore Tom Hanks in sei distinti ruoli, incluso quello del bimbo protagonista: magia tecnica e inventiva che si sposano felicemente!

Così come accade in A Christmas Carol (2009) eseguito con la medesima tecnica ancora dal geniale autore di Forrest Gump e della trilogia Ritorno al futuro. Stavolta Zemeckis dirige una delle pagine più popolari della tradizione britannica, Canto di Natale, con un grandissimo Jim Carrey che stavolta, è uno e settuplo, visto che rappresenta Ebenezer Scrooge nelle varie fasi dell’esistenza, e anche i tre fantasmi che lo tormentano. La celeberrima novella di Charles Dickens è una delle opere più frequentemente tradotte in immagini da quando è nato il cinema, e non sempre con risultati all’altezza. Citiamo, tuttavia, tra le migliori trasposizioni animate: Canto di Natale di Topolino, un mediometraggio del 1983 prodotto per la TV, Festa in casa Muppet del 1992, intelligente commistione tra i noti pupazzi di Brian Henson e attori in carne e ossa, in cui Michael Caine interpreta ottimamente il taccagno; Looney Tunes - Canto Di Natale (2006), una spassosa animazione con Daffy Duck nel ruolo dell’avarissimo vegliardo.  

Ancora i pupazzi di Henson, un decennio più tardi, a celebrare la festa invernale più bella: Natale con i Muppet (2002), mentre Il bianco Natale di Topolino è una raccolta di alcuni cartoni pubblicata per il mercato home-video nel Natale del 2001, in cui è presente pure il già citato episodio con Zio Paperone nei panni dello spilorcio Scrooge.

Di ben altro spessore Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick, una delle opere più felici partorite dall’estro di Tim Burton, un capolavoro assoluto del cinema, non solo dell’animazione (stop-motion); un classico a cavallo tra Halloween e Natale, popolato da personaggi inquietanti e meravigliosi, in cui Jack Skeletron, il re delle zucche, annoiato dalla routine dei festeggiamenti, tenta di catturare “lo spirito del Natale”, prima facendo sequestrare Babbo Nachele, poi sostituendosi a lui e consegnando ai bambini gli improbabili e mostruosi regali prodotti dai suoi concittadini: un totale fallimento. Evidentemente la situazione gli è sfuggita dalle mani, ma almeno avrà compreso l’amore di Sally, e d’adesso in poi saprà dedicarsi esclusivamente ad Halloween…

Il finale lo dedichiamo a due lungometraggi italiani, entrambi diretti da Enzo D'Alò, dove Babbo Natale viene soppiantato da altre tradizioni della penisola. Il primo, La freccia azzurra (1996), tratto dall’omonima fiaba di Gianni Rodari, riguarda più la festa dell’Epifania che il Natale, dal momento che ricorda che i bambini della penisola sono i più fortunati del mondo visto che ricevono regali anche dalla Befana. Scritto a quattro mani da D’Alò e Umberto Marino, il cartone, dalla gradevole grafica “vintage”, risulta ulteriormente nobilitato dalle voci di Dario Fo e Lella Costa, e dal commento sonoro di Paolo Conte.

Il secondo, Opopomoz (2003), ha come protagonista un bambino napoletano,  Rocco, in piena crisi di gelosia per l’arrivo imminente di un fratellino, la cui nascita coincide con il Natale, che nella metropoli partenopea, com’è noto, fa rima soprattutto con il presepe. Ed è proprio nel  presepe di casa, dove, aiutato da un diavoletto Rocco riuscirà ad entrare, come una delle tante statuine, per cercare di impedire la nascita di Francesco, prevista proprio per la notte del 24 dicembre. Ma nel mondo incantato delle casine di cartapesta e delle statuette di terracotta Rocco imparerà che una nuova natività non toglie amore, ne porta invece dell’altro: ecco la vera magia del Natale!

CLAUDIO LUGI

Scritto da Patrizia Morfù
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