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Cose di questo mondo

Schede

09/03/2009

In che mondo viviamo

Una volta si usava il termine “cose dell'altro mondo” per qualificare una situazione, un fatto, una condizione, inaccettabile o illogica, disumana. Cosa, appunto non di questo mondo. Per relegare fuori di sè, tutto quello che il cuore e la mente non vogliono capire ed accettare. Oggi anche questo modo di dire sta scomparendo. E lo dimostra, in modo inequivocabile, il titolo Cose di questo mondo (in originale In this world) del film di Michael Winterbottom. Che racconta una storia, quella di Jamal ed Enayat, che avremmo definito volentieri ‘dell'altro mondo'. Il fatto che si tratti di una storia, risaputa, di emigrazione dal sud o – come in questo caso – dall'est del mondo verso il nord o se si vuole verso l'occidente, la consapevolezza che è una fuga dalla miseria e dall'emarginazione generalizzata verso il ristretto paradiso della ricchezza e del benessere, supposti e sognati, non rende la testimonianza del film di Winterbottom né banale, né prevedibile, tantomeno insignificante. Il microcosmo di quelle due piccole vite nasce, si muove ed emerge dal mostruoso macrocosmo di miliardi – sì, miliardi – di vite senza speranza e senza dignità.
Jamal è un orfano afgano di sedici anni che, come è sempre accaduto per ragazzi in condizioni simili, è cresciuto in fretta. Di intelligenza vivace, scanzonato, dotato di un'ironia un po' cinica e di una determinazione feroce a non farsi sopraffare dal destino che la vita sembra avergli assegnato, non può non ricordare ai cultori del neorealismo, gli scugnizzi, vitali e disperati di Paisà e di Sciuscià, in versione orientale. Vive nei pressi di Peshawar, nel campo profughi di Shamshatoo, un misero formicaio di case di terra, mimetizzato ed immerso in quella natura dura e desolata, ma ricca di un suo fascino peculiare, che abbiamo imparato a conoscere attraverso le suggestive immagini dei Makhmalbaf padre e figlia, e, ahinoi, anche tramite i resoconti dei giornalisti televisivi e dei loro servizi di guerra . Enayat, invece, è un giovane che aiuta i suoi genitori nel loro lavoro ad uno dei mercati dello stesso campo. “Figlio di famiglia”, garbato ma non remissivo, il suo sorriso dolce ed indifeso sembra rivelare un carattere poco adatto alla lotta dura che le condizioni umane e ambientali richiedono per sopravvivere. I suoi genitori programmano per lui la fuga da quel mondo senza speranza, verso la meta ambita, il simbolo della ricchezza, del benessere, della forza: Londra. Racimolando le loro magre sostanze di piccoli commercianti, con l'aiuto di uno zio del giovane, pagano il “passaggio ad occidente”. Ma, la somma raccolta con sacrificio dai genitori consente solo la organizzazione di un viaggio via terra; lungo, difficoltoso e molto pericoloso, ma decisamente più economico. Jamal, pur non avendo alcuna disponibilità economica, anche per merito dei buoni uffici dello zio, riesce a convincere Enayat, che è suo cugino, a portarlo con sé. ? così che i due giovani iniziano la loro odissea, che, come quella di tutti gli emigranti di ogni tempo, ma soprattutto per i popoli orientali di oggi, non ha niente in comune con quella omerica di Ulisse se non l'aleatorietà e la pericolosità.

Scritto da ADMIN
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