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Terraferma

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Terraferma
(Terraferma, 2011, Italia, Francia)

Cinque anni dopo Nuovomondo, grazie al quale ha portato a casa il Leone d'Argento/Rivelazione durante il Festival di Venezia, Emanuele Crialese torna dietro la macchina da presa per Terraferma, e sarà uno degli italiani in concorso di questa 68° edizione.

 

Due donne, un’isolana e una straniera: l’una sconvolge la vita dell’altra. Eppure hanno uno stesso sogno, un futuro diverso per i loro figli, la loro Terraferma.
Terraferma è l’approdo a cui mira chi naviga, ma è anche un’isola saldamente ancorata a tradizioni ferme nel tempo. E’ con l’immobilità di questo tempo che la famiglia Pucillo deve confrontarsi. Ernesto ha 70 anni, vorrebbe fermare il tempo e non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Suo nipote Filippo ne ha 20, ha perso suo padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno Ernesto e il tempo di suo zio Nino, che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti. Sua madre Giulietta, giovane vedova, sente che il tempo immutabile di quest’isola li ha resi tutti stranieri e che non potrà mai esserci un futuro né per lei, né per suo figlio Filippo. Per vivere bisogna trovare il coraggio di andare. Un giorno il mare sospinge nelle loro vite altri viaggiatori, tra cui Sara e suo figlio. Ernesto li accoglie: è l’antica legge del mare. Ma la nuova legge dell’uomo non lo permette e la vita della famiglia Pucillo è destinata ad essere sconvolta e a dover scegliere una nuova rotta.

 

Scritto insieme a Vittorio Moroni, Crialese ha definito il suo nuovo lavoro ‘un dramma simbolico, sul conflitto tra turismo e integrazione osservato attraverso il prisma delle mutazioni antropologiche’. Il titolo, suggerisce il senso della meta, del miraggio dei naviganti, e che allude però alla natura salda dell'Isola, ancorata a tradizioni e valori fuori dal tempo. E' un sottile fil rouge quello del mare e delle tradizioni dei pescatori, quello che collega la produzione di Crialese, da questo Terraferma, passando per Nuovomondo per arrivare a Respiro. “Ritornare a girare sulla stessa isola di Respiro è stato ritrovarsi in un luogo ‘altro’. E’ cambiato tutto e in peggio. Così ho scritto e realizzato questo film cercando di tenere dentro di me il ‘c’era una volta...’. Ho cominciato a scrivere come se mi rivolgessi ad un bambino, come se potessi raggiungere il bambino che è dentro di me. Ho cercato un linguaggio libero da pregiudizi e da paure. Provo un senso di ribellione all’idea di essere trattato come un piccolo disubbidiente a cui si dice ancora “attento all’uomo nero che ti mangia tutto intero”... questa è la cantilena che ascoltiamo da anni, questo lo strumento usato per renderci più docili, più fragili, più bisognosi di protezione. Sono tornato dalla mia protagonista africana domandandole di imbarcarsi con me, su una barca immaginaria, quella della rappresentazione. Le ho proposto di reinterpretare alcuni momenti della sua storia vera con l’intesa e l’intento di poter cambiare, di poterla riscrivere, ricreare. Le ho proposto l’incontro con un'altra donna, un’isolana, con la stessa voglia di andare, di ricostruire altrove, per migliorare se stessa per aiutare suo figlio a crescere senza paura”.  

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