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Muffa - Küf

Locandina del film Muffa - Küf
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Muffa - Küf
(Küf, 2012, Turchia/Germania)

Basri è un guardiano delle ferrovie. Il suo lavoro consiste nel controllare i binari. Per fare questo percorre a piedi venti chilometri al giorno. D’estate, d’inverno, che piova o che nevichi… Qualsiasi cosa succeda, deve svolgere il suo lavoro in zone sperdute dell'Anatolia e in grande solitudine, accompagnato da una radiolina che rappresenta il suo unico contatto con il mondo. La sua famiglia non c'è più: il figlio è stato arrestato diciotto anni prima per le sue opinioni politiche e di lui non si è saputo più nulla, e sei anni dopo è morta anche sua moglie.

Da 18 anni, ha scritto due lettere al mese: una al Ministero degli Interni e una alla Questura, con le stesse parole di non rassegnazione e  speranza di ritrovare il figlio.   Per queste lettere Basri è stato torturato, interrogato e isolato, ma lui ha continuato a scrivere. Un giorno, Basri viene a sapere che il corpo di Seyfi è stato ritrovato e si reca a Istanbul per recuperarlo. 

Ali Aydin, regista turco classe 1981 ha ottenuto il Premio Luigi De Laurentiis per la migliore opera prima alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia.  

“Nel 1995, un gruppo di donne ha iniziato una protesta permanente. Avevano deciso di riunirsi ogni sabato davanti al liceo di Galatasaray con le fotografie dei propri figli scomparsi in seguito al loro arresto. Dopo un po’, la stampa ha battezzato questo gruppo “Le madri del sabato”. Non dimenticherò mai la loro lotta silenziosa e le fotografie brandite. Quando nel 2003 ho iniziato a scrivere la sceneggiatura di “Muffa”, le prime domande che mi sono posto sin dall’inizio sono state: su cosa mi devo concentrare per raccontare questa storia? Quale deve essere il punto di vista? Devo seguire le vicende di coloro che aspettano? O di coloro che sono spariti dopo l’arresto? Ho deciso di raccontare la storia di chi rimane, una famiglia devastata dalla perdita. E mi sono convinto che la cosa più importante su cui concentrarsi era la coscienza. Perché l’elemento che mi ha portato a scrivere questa storia è stato la mia coscienza. Scrivendo, volevo mettermi in pace con lei e fare in modo che la tragedia delle persone scomparse pesasse sulla coscienza di tutti. Durante la fase di scrittura, che è durata 7 anni, sono stato colpito da due cose: la prima riguarda senz’altro le storie delle famiglie devastate degli scomparsi, la seconda è legata invece alla lettura di Dostoïevski, che descrive con acume in quasi tutte le sue opere la solitudine, le nevrosi, i sensi di colpa, i dubbi, le malinconie che assalgono la coscienza umana. La cupezza delle sue atmosfere ha nutrito così l’essenza del mio personaggio che perde a poco a poco la speranza”. ALI AYDIN

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