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Il profeta

Locandina del film Il profeta
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Il profeta
(Un prophete, 2009, Francia)

In concorso al 62° Festival di Cannes, il film di Jacques Audiard si è aggiudicato Il Gran Premio della Giuria, ed è stato apprezzatissimo da critica e pubblico. Oltre ad essersi aggiudicato 9 Premi César, gli Oscar Francesi.


Condannato a sei anni di carcere, Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. Al suo arrivo in cella, solo al mondo, sembra più giovane, più fragile degli altri detenuti. Ha 19 anni. Diventa infatti vittima dei detenuti corsi che dettano legge tra le sbarre. Il giovane impara presto. Nel corso delle “missioni”, si tempra e conquista la fiducia dei corsi. Tanto da utilizzare la sua intelligenza ed esperienza per sviluppare i suoi contatti.

 

Prendere un film di genere sul carcere e la criminalità e trasformarlo in un'opera complessa che mischia tra loro un potente realismo, il sensibile ritratto di un percorso umano e una sottile dimensione metaforica della società è quello che ha fatto Jacques Audiard con lo splendido Il Profeta. La pellicola è una vera e propria parabola sulla necessità dell’apprendimento e dell’evoluzione. Il segreto della sopravvivenza è nella metamorfosi. Crescere, cambiar pelle, attendere che la mutazione giunga al compimento, per poi colpire la vittima, il nemico al primo segno di debolezza. La preda deve farsi predatore. Ma non basta ancora. Occorre qualcosa in più. Una dote misteriosa che permetta di vedere prima le cose, i movimenti, le direzioni da prendere e quelle da evitare, una dote che consenta di predire il corso degli eventi. E’ la chiave del controllo. Il predatore deve divenir profeta. “Il titolo è un'allusione, costringe a capire qualcosa che non viene necessariamente sviluppata nel film, e cioè che il nostro protagonista è un piccolo profeta, un nuovo prototipo di uomo. – ha affermato il regista - Volevamo trovare il modo di rendere Il Profeta contemporaneo, creando eroi che nessuno conosce, scritturando attori che non fossero già icone del grande schermo, come gli arabi ad esempio. In Francia si tende a rappresentarli sempre in modo realistico o sociologico. Noi invece volevamo creare un film puramente di genere, un po' alla maniera di un western che racconta le gesta eroiche di persone comuni”. La storia di Malik El Djebena, diciannove anni, condannato a soccombere dentro un Istituto Penitenziario e che riesce invece a capire come viverci senza farsi notare ma imparando tutto il possibile, condividendo per conquistare la fiducia, andare avanti mirando ad un’orizzonte ampio. Malick non vuole vivere da gregario e nemmeno sopravvivere. E per ottenere questo risultato conferma Audiard: “In parte ho attinto all'immagine dell'arabo al cinema, che viene rappresentato come uno stupido - e in questo caso spesso è anche un terrorista - o semplicemente come la vittima di un contesto sociale rappresentato realisticamente. Partendo da questi stereotipi, mi sono posto il problema della scelta degli attori. Per il ruolo di Malik avevo bisogno di una persona estremamente versatile che incarnasse perfettamente il tema dell'identità presente nel film. Un uomo giovane, senza storia, che però ne scriverà una davanti ai nostri occhi. Fin dall'inizio sapevamo che questo ruolo non poteva essere recitato da un attore conosciuto, proprio perché è la storia di qualcuno che sale al potere, e che gradualmente acquista visibilità”.

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