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Venere Nera

Locandina del film Venere Nera
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Venere Nera
(Venus Noire, 2010, Francia, Italia, Belgio)

La storia della "venere ottentotta", com'era stata soprannominata Saartjie Baartman, una giovane donna nera della tribù "Khoe Khoe" dell'Africa del Sud, il cui fisico particolare, dominato da una palese steatopigia, divenne una stupefacente attrazione da circo per i francesi dei primi dell'800.

Parigi, 1817, Accademia Reale di Medicina.

"Non ho mai visto testa umana più simile a quella delle scimmie". Di fronte al calco del corpo di Saartjie Baartman, l’anatomista Georges Cuvier è categorico. Un parterre di distinti colleghi applaude
la dimostrazione. Sette anni prima, Saartjie lasciava l’Africa del Sud con il suo padrone, Caezar, per andare ad offrire il suo corpo in pasto al pubblico londinese delle fiere e degli zoo umani. Donna libera e schiava al tempo stesso, la "Venere ottentotta" era l’icona dei bassifondi, promessa al miraggio di un’ascesa dorata…

 

"L’immagine, da sola, rivela a volte molte più sfumature nella natura umana di tutti i tentativi di spiegazioni psicologiche e quando il cinema riesce ad essere sottile come la vita, è magnifico. E poi a volte non ci sono spiegazioni da cercare: c’è il mistero, dichiara Abdel Kechiche. Saartjie è un personaggio molto misterioso, non si sanno molte cose delle sue vere motivazioni, si conosce solo qualche data sicura, tutto il resto è tra le righe e questo è ciò che mi ha interessato subito: questo vuoto di spiegazioni. Il suo mistero rimasto intatto ci costringe a interrogarci costantemente su noi stessi. Ho letto tutto ciò che è stato scritto su di lei e ho trovato che spesso si tendeva a cadere in tentazioni di tipo esplicativo. O si faceva di lei una schiava assoluta, senza sfumature, oppure era tutto troppo romanzato e lei perdeva tutto il suo mistero, cosa che mi è sembrata irrispettosa. Perché in effetti Saartjie Baartman mi ha subito ispirato rispetto. Non ciò che è stato scritto su di lei, ma la sua immagine.
A volte l’immagine dice più di tutto ciò che si può scrivere. È quel che ho sentito vedendo i ritratti di Saartjie fatti dai disegnatori del museo, e ancor più quando ho scoperto il suo calco originale conservato in Francia. Il suo volto mi ha emozionato. Parla di lei meglio di chiunque. Incontrando la sua immagine ho sentito il dovere di raccontare la sua storia".

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