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Almanya - la mia famiglia va in Germania

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    Murat Bey il 14/12/2011
    alle 23:30

    Almanya - la mia famiglia va in Germania

    Commedia leggera e amichevole facile da seguire. Gli ingredienti ideali per accontentare il palato del pubblico di massa italiano e mitteleuropeo, che in questa pellicola trova esattamente quel che vuol vedere, senza uscire mai, se non per qualche avventuroso momento che è solo in apparenza rivoluzionario, dal sicuro percorso ben scavato dentro il proprio background culturale. Anche in questa occasione si ha infatti l’impressione, anzi ben più, il messaggio, che i migliori conoscitori della turchia e del popolo turco siano quei paesi del vecchio continente che ne hanno “accolto” i figli che la “terra delle madri”, Anadolu appunto, non riusciva a sfamare, materialmente, moralmente e culturalmente. E così diviene merito della colta Europa, e in particolare della sua locomotiva economica, quello di aver elevato, o meglio, assimilato, al rango di cittadini occidentali, queste povere masse oppresse da troppi divieti e timori così arcaici da apparirci addirittura simpatici. In questo contesto si incastrano alla perfezione i soliti luoghi comuni della cultura eurocentrica verso il mondo musulmano in generale, che per il solo fatto di avere un culto religioso assume i connotati di uno stereotipo incancellabile, rendendoci incapaci di andare a cogliere quelle peculiarità che contraddistinguono nettamente dei popoli accomunati solo da uno stesso dio da pregare. Banali errori di geografia scaturiscono da una visione eurocentrica del mondo, che vuole Istanbul in europa (forse perché l’antica Costantinopoli?), mentre l’anatolia viene ridotta alla sola porzione più orientale della turchia, quando invece la penisola anatolica è tutto ciò che sta a destra del bosforo, Istanbul compresa per metà quindi. Il povero paesino sperduto fra inospitali montagne, dove si vive in baracche e si allevano polli e capre, così diverso dalle prosperose città tedesche che guidano il progresso, diventa la patria di quella famiglia con la tara delle proprie radici, pur se elevata dall’incontro pluridecennale con la raffinata cultura mitteleuropea.
    Il maschilismo estremizzato, che vuole la donna alla stregua di una schiava che obbedisce incondizionatamente all’uomo, tanto che il vecchio nonno (di cui ho letto definizioni del tipo “patriarca”) si rivolge alla sua consorte, compagna di una vita, chiamandola “donna”, malcelando così un naturale assoggettamento al “maschio”. Forse una distorsione legata al doppiaggio italiano, così voglio credere, ma che mi fa sorridere, conoscendo molto bene, da dentro, la società turca che abbraccia persone dagli 80 agli 0 anni. L’amore che hanno per la famiglia, per tutti i suoi componenti, anche quelli “acquisiti”, e il rispetto di cui gode soprattutto la donna al suo interno, sono valori così puri e indiscutibili che forse le nostre società disgregate e infette da troppo consumismo (e sradicate ormai dal proprio passato) non sono neanche più in grado di comprendere. Impensabile per un marito turco (di media educazione) rivolgersi alla propria moglie con l’appellativo “donna”.
    E questa realtà in certi tratti rivendica il suo spazio, e tenta di forzare la gabbia di stereotipi “occidentalisti”, che sono l’omologazione e il lasciapassare per questa pellicola pur sempre costruita ad uso e consumo del pubblico europeo. Emerge quando il nonno sfoggia una tolleranza inattesa dalla sua stessa nipote incinta, un nonno carismatico, di un’intelligenza cristallina, tanto da accorgersi lui stesso, e solo lui, della gravidanza della ragazza, a dimostrazione di una profonda conoscenza e complicità con l’universo femminile. Emerge quando appaiono nella scena le due “donne della spazzatura”, categoria che nella moderna Almanya i due cugini non avevano mai visto. Compare quando il bambino venditore di “simit” (le ciambelle al sesamo) dialoga col bambino tedesco di sangue turco, in tedesco, mostrando, pur nella sua condizione di povertà materiale, una cultura e una versatilità mentale superiore a quella del piccolo educando mitteleuropeo, che non parlava la lingua paterna.  Compare in tutta la sequenza finale, dalla morte del nonno, che è tutta una rappresentazione, in punta di piedi e senza clamori, della cultura e dei sentimenti di un popolo come quello turco, che deve sgomitare e scalare montagne di pregiudizi per farsi riconoscere alla pari dall’elite dei grandi europei. E anche questa pellicola deve pagare pegno per essere accettata dal grande palcoscenico europeo. Ne deve subire il giudizio, l’occhio vigile, il filtro, e infine, l’approvazione.
    In tutto questo va riconosciuto agli autori il merito di esser riusciti comunque a confezionare un prodotto accettabile, capace di non soffocare nella ragnatela della peggiore propaganda occidentalista, pur in agguato, ma mai invadente e fastidiosa. Aggirata da una ricorrente (e prevedibile) ironia.
    Il cinema turco tuttavia è ben altra cosa, così come la società turca, la sua cultura, le sue virtù, debolezze, emozioni, valori, sogni e incubi, sono ben altra cosa. Il film turco è fatto in turchia, dai turchi, e in turco, ma per ora resta relegato a pochi spazi di nicchia, oppure oltre i confini europei, e italiani in particolare, e solo pochi fortunati, che come me, hanno avuto l’opportunità di conoscere da dentro questo magnifico popolo, la sua lingua, la sua storia, la sua cultura, possono godere della straordinaria bellezza e unicità di quelle pellicole. Mi rammarica il timore che questi film non verranno mai portati dalla grande distribuzione dinanzi ai nostri occhi, e tradotti nelle nostre lingue, italiana men che mai. Forse però, pellicole come quella in oggetto, pur con i loro limiti, potrebbe spianare la strada verso questo reale e auspicabile incontro fra due culture, che si considerano, da secoli, così diverse, senza però conoscersi veramente.

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