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Who’s Bad? Arriva Spike Lee e il suo Bad 25

Attualità, Interviste, Personaggi

31/08/2012

(Venezia) Bad 25 è un documentario di Spike Lee sui 25 anni che sono passati dall’uscita dell’album Bad di Michael Jackson. Questa è la versione ufficiale. In realtà è molto di più, è una elettrizzante immersione nel mondo di un artista, di cui si è detto di tutto e di più, ma che ha realizzato tra le canzoni più famose nel mondo e che ballava, cantava, scriveva, suonava, intratteneva il pubblico in maniera sciamanica… Chi scrive ne è la prova, nel senso che ovviamente conosce Jackson, ma non ne è mai stata una patita, eppure, stamattina in pochi riuscivano a rimanere fermi nelle poltrone del cinema. La voglia di alzarsi e fare il moonwalking o ballare come solo lui sapeva fare era fortissima e palpabile.

In Bad 25 non si tocca minimamente l’aspetto privato di Jackson, ci sono tantissime testimonianze di persone che hanno lavorato con lui e di come lo abbiano aiutato a realizzare quelli che Jackson chiamava cortometraggi o film e mai video, perché quello erano. Se pensate che Bad ha la regia di Martin Scorsese, che c’è nel film e parla moltissimo di Michael e anche di un giovanissimo Wesley Snipes, che era l’antagonista di Michael nel corto. Tantissime testimonianze: Quincy Jones, Mariah Carey, Chris Brown, Martin Scorsese, Joe Pytka, Sheryl Crow, Justin Bieber e l’elenco è lunghissimo, oltre ovviamente allo stesso Jackson.

Spike Lee arriva all’incontro con indosso la maglia di Bad, appena si lascia andare, è un fiume in piena, simpatico, ironico, sincero, come è lui.

Sappiamo che lei è stato prima un fan, poi un amico e in seguito ci ha anche lavorato con Michael Jackson - Spike Lee ha girato il video di They Don’t Care About Us -, come mai un documentario sull’album Bad, perché questa scelta specifica? “Perché – ci dice Spike Lee – quando la Sony Records – mi ha proposto di fare questo lavoro per celebrare i 25 anni di Bad, ho pensato che fosse l’album giusto per raccontare chi era veramente Michael. Bad arriva dopo Thriller, l’album che ancora detiene il record come disco più venduto nel mondo, vi potete immaginare la tensione, la pressione che si portava addosso Jackson dopo avere raggiunto questo obiettivo. Anche perché lui era uno che ha iniziato a lavorare a cinque anni, con una disciplina spaventosa, quasi militare. Però attraverso questo metodo è diventato quel talento mostruoso che è stato. Solo che noi siamo abituati a vedere l’opera finita non sappiamo il sangue, le lacrime, il sudore che servono e che occorre versare per ottenere capolavori come Bad, Thriller o Off the Wall. Volevo raccontare il suo processo creativo, come lavorava, come si approcciava ai suoi collaboratori, come li sceglieva e di come non era mai soddisfatto di se stesso. Voleva sempre fare meglio, Michael non si è mai sentito arrivato, cercava sempre altre vie, sperimentava, in continuazione. A sette anni sapeva tutto su James Brown, uno dei suoi miti, lui era uno soul nell’anima e ha continuato così fino alla fine. Farò vedere il film ai suoi tre figli così potranno conoscere meglio il loro padre, anche perché in questo lavoro ci sono documenti di archivio mai mostrati e che nessuno conosce”.

Chi era per lei Michael Jackson? “Credo che questo documentario lo dica meglio di tante parole. Questo lavoro è una lettera d’amore a Michael. Io sono nato nel 1957, lui nel 1958, la prima volta che ho visto i Jackson Five in tv volevo essere lui, avevo la stessa pettinatura afro, ma non sapevo né cantare, né ballare. Poi ho avuto la fortuna di potere fare il regista e quindi l’ho conosciuto, siamo diventati amici, e ho anche lavorato con lui. I miracoli ogni tanto accadono, perché chi non vorrebbe conoscere e lavorare per uno dei suoi idoli? Per me era un genio musicale, lasciamo stare l'altra roba, lui era un corpo al lavoro incredibile”.

Jackson se ne è andato il 25 luglio del 2009, lei nel film chiede a tutti quelli che ha intervistato dove erano in quel momento. Lei dov’era? “Io stavo ad una conferenza stampa a Cannes, non per il festival per un’altra cosa che non ricordo bene e quando Michael è morto molta gente ha cominciato a cercarmi al telefono… ma io non ci credevo. Poi sono corso in albergo ho messo sulla CNN e ho visto Jermaine Jackson che annunciava la morte di suo fratello e ho capito... quando sono tornato a casa per una settimana non ho capito più niente, poi ho guardato il mio iPad e ho visto che avevo solo un album di Michael, sono andato alla Apple e gli ho detto mettetemi tutto quello che avete di lui sul mio iPad, per la gioia della mia famiglia non abbiamo ascoltato altro per mesi... e mi hanno odiato un po'...”.

Tra le scoperte più incredibili e interessanti che si apprendono vedendo Bad 25 è quanto Jackson si documentasse soprattutto prima di girare i cortometraggi per le canzoni, in questo caso di Bad? “Come avrete visto era un fanatico di Fred Astaire, di Gene Kelly, suoi idoli assoluti. Adorava West Side Story, sapeva a memoria Il terzo uomo di Carol Reed, aveva preso da Buster Keaton alcune mimiche che ha riprodotto per questi film che girava per le canzoni. Amo moltissimo nel film quando viene spiegato come ha pensato il corto per Smooth Criminal, ovvero riprendendo le stratosferiche coreografie di The Band Wagon di Vincent Minnelli con Fred Astaire e Cyd Charisse. Ringrazio il mio montatore perché ha inserito una scena di questo capolavoro di film nel mio proprio bene, in maniera emozionante e travolgente. Insomma, questo per fare uno dei tanti esempi, che rendono l’idea di chi era e di come lavorava Michael Jackson”.

Il tour di Bad è stato uno dei più maestosi mai fatti. E’ durato dal 1987 all’89 e ha portato Jackson in 4 Continenti, 15 Paesi e a fare 123 esibizioni. Lei chiude il film con Michael che durante uno di questi concerti canta Man in the Mirror, ed è un momento a dir poco elettrizzante… “Se avessi girato un film su John Lennon avrei chiuso con Imagine, con una delle sue canzoni che tutta la gente conosce e canta. Inoltre in quella esibizione io trovo che lui sia su un altro pianeta, non è sulla Terra, è davvero come dice lui, uno strumento in mano di qualcosa/qualcuno che attraversa il suo corpo e lo fa cantare e ballare in quel modo sovrumano. Non volevo darne un’immagine cristologica, chiudendo con lui a braccia aperte, e in ginocchio, perché ripeto per me si arriva a quei livelli solo attraverso un lavoro durissimo che inizia presto e che non si arresta mai, nemmeno un giorno della nostra vita. E quella di Michael è stata così… la vita di un talento mostruoso supportata da un lavoro grandissimo, ogni santo giorno, che Dio ha messo in terra”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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