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Uniti oltre la Meta - Intervista a Morgan Freeman

Attualità, Interviste

15/02/2010

“Penso che chiunque debba sopravvivere a momenti tanto drammatici e duri sviluppi necessariamente un certo senso dell’umorismo, ammesso che non ne abbia già uno". Morgan Freeman parla così di Nelson Mandela e del suo humour carismatico. “Quando tu non sei più in grado di trovare qualcosa di cui ridere, un po’ o spesso, nella tua vita, ecco che allora quest’ultima perde di senso. Non credo stia a me fare notare che l’umorismo è basato soprattutto sulla tragedia ed è da quest’ultima che sgorga nelle nostre esistenze. Penso che alla fine, guardando indietro ad un evento particolarmente drammatico, se ne possa ridere proprio perché gli siamo sopravvissuti". Nominato all’Oscar per la sua interpretazione di Nelson Mandela in Invictus di Clint Eastwood, Freeman è soddisfatto del lavoro portato avanti negli ultimi tre anni allo scopo di vedere finalmente sullo schermo una biografia cinematografica di Mandela che rendesse giustizia a quella che l’attore nato a Memphis definisce come “la sua grande autorità morale". “La calma di Madiba (Freeman come nel film si riferisce così al leader sudafricano, utilizzando l’appellativo onorifico degli anziani della sua famiglia, n.d.r.) è la qualità che mi ha sempre colpito di lui da quando l’ho conosciuto la prima volta una quindicina di anni fa". Riconosce Morgan Freeman “Una volta lui mi ha detto: “ventisette anni in carcere ti danno tanto tempo per pensare”. Per capire la differenza tra le cose che puoi cambiare e per cui ti devi battere e quelle che non puoi cambiare e allora è meglio dimenticarle. In generale poi è una persona straordinaria, generosa e compassionevole, capace come pochi altri di intimidire il prossimo. In questo senso il nostro film rende omaggio alla sua profondità, al suo pensiero come leader e, soprattutto, alla sua compassione".

L’umorismo di Mandela sembra appartenerle…

Forse, ed è lusinghiero che lei riconosca in me una delle qualità di una persona straordinaria come lui.

Parliamo dello sport: Invictus non è un film sullo sport, ma su come la politica possa utilizzarlo per fare del bene e unire le persone. Lei cosa ne pensa?

Senza dubbio lo sport ha questa grande capacità di superare le barriere: nel baseball, ad esempio, in America questo è accaduto già molto tempo fa, così come, in seguito, nel basket e nel football. Tutti gli sport di squadra uniscono le persone. Il calcio, ad esempio, è quello che ha dimostrato tale potere più di ogni altro. In questo senso, la visione di Madiba riguardo al potere dello sport si è rivelata assolutamente corretta nel ‘cambiare’ le persone e nel farle sentire più vicine. Del resto è anche per questo motivo che le Olimpiadi esistono da oltre duemila anni. Per avvicinare le persone. Detto questo, non sono mai stato un grande amante del rugby, anche se, ovviamente, dopo il film lo apprezzo un po’ di più, ma sono un appassionato di golf.

Cosa ha significato essere diretto da Clint Eastwood?

Quando ho letto il libro di John Carlin dedicato alla storia di come Madiba avesse sfruttato l’opportunità del mondiale di rugby del 1995 per riunire un Sudafrica lacerato dietro alla bandiera della nazionale, ho capito che questa era l’angolatura giusta per raccontare la storia di questo grande leader. Abbiamo sviluppato una sceneggiatura che ho inviato immediatamente a Clint Eastwood che come l’ha trovata decisamente molto buona. Essere diretto da lui mi ha permesso di entrare e restare nel personaggio per tutto il tempo delle riprese. Sapevo, infatti, di essere in ottime mani. In più con lui, Matt Damon e gli altri è stato anche un grande divertimento.

Cosa ha provato visitando la cella di ‘Madiba’ nella prigione di Rubben Island?

Ho trascorso del tempo lì e sono rimasto colpito da quanto quella cella fosse piccola. Ho camminato per tutta l’isola provando ad immaginare quello che poteva provare lui e quale fosse il suo stato mentale.

Si è commosso?

No. Non prendo a prestito le emozioni così facilmente. In più la mia esperienza personale e quella di Madiba sono troppo distanti per entrare così in contatto. Credo che un attore, per interpretare al meglio un personaggio debba comprenderlo, ma anche sapere mantenere una certa distanza sul piano emozionale.

Lei è amico di ‘Madiba’: cosa ha significato questa possibilità per portarlo sullo schermo?

Quella di potere curare i dettagli: sapevo di conoscerlo bene sotto molti aspetti. Siamo alti più o meno sul metro e ottantatré ed entrambi amiamo le donne. La cosa che mi preoccupava di più era, però, imitare il suo tono di voce che è così peculiare.

Questa sua interpretazione le ha consentito di conquistare l’ennesima nomination all’Oscar della sua carriera…

Non è per questo che faccio questo lavoro, ma una candidatura è sempre lusinghiera, in quanto è come se ti avessero certificato che hai fatto bene il tuo lavoro. Sono fiero di avere interpretato Madiba in un film riuscito come Invictus.

 

Scritto da Marco Spagnoli
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