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Una storia di amicizia: Il Padre e lo Straniero

Attualità, Interviste

17/02/2011

“E’ stato un ‘colpo di fulmine’. Come per i due protagonisti della storia che si incontrano un giorno sulla panchina e diventano immediatamente amici, così è stato per me e Giancarlo De Cataldo. Del resto il cinema è spesso determinato da incontri più o meno casuali che rappresentano, però, il futuro delle persone coinvolte.” Ricky Tognazzi racconta così l’incontro con lo scrittore Giancarlo De Cataldo, autore del romanzo che Tognazzi insieme alla moglie sceneggiatrice Simona Izzo e allo sceneggiatore Graziano Diana, oltreché a De Cataldo stesso ha portato sul grande schermo offrendo un’interpretazione molto interessante e coinvolgente di Alessandro Gassman. Il Padre e lo Straniero è, infatti, un thriller dalla forte matrice esistenziale, in cui l’incontro tra due uomini molto diversi tra loro, accomunati dalla malattia dei propri figli, determina una serie di eventi in cui la realtà della politica internazionale di oggi viene sublimata in maniera complessa e – a tratti – inquietante.  “Giancarlo De Cataldo è una persona molto ricca interiormente e fortemente creativa che ha saputo entrare con grande spirito di squadra nel nostro gruppo di lavoro.” Continua Tognazzi “E’ stato molto generoso nell’essere pronto a tradire la sua opera senza alcun pregiudizio. Del resto, di tutti i libri che ho portato sullo schermo, Il padre e lo straniero è il romanzo che abbiamo tradito ‘meno’, ma che semmai abbiamo sintetizzato in uno sviluppo originale e assai fedele allo spirito del libro.”

Dal punto di vista stilistico questo è un noir che richiama le atmosfere de Segno del Comando e de Il Terzo Uomo…
Leggendo il romanzo io ho avvertito immediatamente delle analogie con Il Terzo Uomo. Anche girandolo il mio pensiero andava un po’ in quella direzione, ma è anche vero che quel film appartiene ad un glorioso passato del grande cinema e per noi era più importante puntare ad una commistione di generi dove utilizzare l’elemento giallo più per destabilizzare i protagonisti che per sviluppare un thriller puro. E’ un film sull’amicizia: un sentimento paritario e straordinario dove l’importante è non tradirsi e un patto di sangue non può essere ignorato.

Un elemento interessante sta anche nell’educazione sentimentale di due uomini dove uno insegna all’altro come fronteggiare la dolorosa malattia del proprio figlio. Un messaggio ‘rivoluzionario’ perché si scopre che dal dolore, se si vuole, si può uscire senza tradire la dignità dei propri sentimenti e diventando persone migliori…
Il presupposto è che figli si nasce e padri si diventa, mentre le madri lo diventano biologicamente subito. Il padre è un ruolo che devi accettare sapendo assumerti certe responsabilità. Quanti padri non riusciranno mai davvero ad essere tali? Quante persone straordinarie non hanno saputo diventarlo? Non ci sono regole precise, e puoi dirti fortunato se riesci a fare tue le indicazioni di carattere generale presenti nella nostra cultura o, ancora meglio, ereditare qualcosa da qualcuno. In questo senso i due protagonisti instaurano un rapporto dove l’uno può insegnare all’altro il senso della paternità, il suo ‘spirito’. La paternità non è regalata e non avviene in modo ‘miracoloso’. In più anche la diversità è un valore, nonostante ci faccia un po’ paura. Noi che abbiamo viaggiato in tutto il mondo facciamo fatica ad accettare che la nostra società cambia in meglio grazie alla presenza degli stranieri in Italia. Una forma di paura che va superata, perché la ricchezza di quanto possiamo ottenere dalla scoperta dell’altro è incommensurabile.

Lo straniero di questo film è bello, ricco, si accompagna di donne affascinanti e gira in macchine di lusso. Se fosse stato un ‘poveraccio’ sarebbe stato più difficile? Lei sembra, in maniera molto ironica suggerire, che a spaventarci davvero non è tanto la diversità quanto piuttosto la povertà…
Per noi era un po’ prendersi gioco degli stereotipi. Ai fini della narrazione lui poteva presentarsi diversamente, mentre in realtà così facendo abbiamo voluto raccontare un gioco di seduzione in cui qualsiasi pregiudizio entra in crisi. Sono gli stereotipi il vero, grande problema…soprattutto quando ci crediamo…in realtà il lavoro è sempre quello di appoggiarsi in maniera coerente sulla realtà e tenerla saldamente come un punto di riferimento. In più anche la moglie di lui è una russa. Una “straniera”, per indicare il senso di una famiglia multietnica. Un personaggio interpretato da Ksenya Rapaport dove la donna ha un piccolo ruolo rispetto alla storia di due uomini, ma che quando appare incarna in pieno la maternità.

Alessandro Gassman offre un’interpretazione notevole…
E’ un attore che nel corso del tempo è diventato sempre più bravo: merito anche dell’esperienza come regista teatrale di spettacoli molto interessanti e di valore. Mi piaceva l’idea che, rispetto al romanzo dove era raccontato come un uomo un po’ piegato dalla vita, il mio protagonista fosse un uomo bello e affascinante, alle prese con l’incapacità di gestire un grande dolore per avere generato una creatura così fragile. Era una scelta anticonformista che abbiamo voluto portare avanti fino alle sue massime conseguenze.

Il cinema italiano sta riscoprendo le figure paterne…
Il cinema italiano è molto maschilista che è prodotto e realizzato da maschi. So di sembrare un po’ cinico, ma sono più le figure paterne che quelle materne. E’ anche vero, però, che drammaturgicamente la figura paterna è più interessante in quanto più contraddittoria. Il padre dipende dalle scelte che fa per essere o meno un buon genitore.

Scritto da Marco Spagnoli
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