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Una risata (la tua) ci mancherà: ciao Tonino Accolla!

14/07/2013

Tonino Accolla, Buddista e Gentiluomo

La scomparsa di Tonino Accolla uno dei principali attori e doppiatori italiani tocca tutte quante le persone che lo hanno conoisciuto e che sono rimaste travolte dalla sua simpatia e dalla sua 'follia'. La sua personalità unica e la risata con cui ha caratterizzato i doppiaggi di Eddie Murphy sono "leggendarie" e irripetibili.

Per ricordarlo, PRIMISSIMA ripropone questa intervista di qualche tempo fa in cui Tonino Accolla parla della sua fede buddista e della passione per il suo lavoro.

Tonino Accolla è il re incontrastato dei doppiatori italiani. Un titolo che accetta senza troppa enfasi e con un sorriso che lascia ipotizzare che il regno cui aspira non sia davvero di "questo mondo".

Attore, regista, poeta, scrittore, artista a tutto tondo e anche doppiatore di interpreti come Eddie Murphy, Billy Crystal e di vari personaggi d’animazione (da Homer Simpson a Timon de Il Re Leone, da Mike di Monsters & Co, a Lupin III), Accolla è un artista capace di sorprendere sempre per la sua umiltà e serietà. In esclusiva per New Age accetta – per la prima volta – di parlare della sua fede buddista e di quella spiritualità senza cui – dice – la vita non meriterebbe di essere vissuta.

Come si è avvicinato al buddismo?
In maniera del tutto casuale. Molti anni fa ero legato sentimentalmente ad una ragazza che aveva qualche problema. Un giorno mentre guardavamo la televisione insieme si è visto per qualche secondo sua santità il Dalai Lama e lei mi ha detto che – a suo avviso – quell’uomo avrebbe potuto aiutarla. Così dopo qualche giorno l’ho accompagnata in Francia a Chambery dove c’è un monastero buddista molto importante. In questo luogo tutto mi sembrava così povero e spartano. Io sono un uomo di città e ho iniziato ad avvertire una grande angoscia. Mentre lei si sentiva bene, io volevo, invece, scappare. In realtà io mi stavo liberando inconsapevolmente di alcune tossine mentali che mi portavo dietro. Per rinascere bisogna sempre soffrire. Dopo un mese tutto mi sembrava splendido e – davvero – mi sentivo rinato.

E dopo?
Mi sono recato presso il centro di Pomaia in Toscana e lì ho conosciuto un monaco buddista di alto rango, che mi ha illustrato tutte le grandi contraddizioni della mia vita che io stesso non riuscivo a capire. Lì è poi arrivato un Lama che in India è considerato già un santo. Un uomo che – come San Francesco – dopo la morte dei suoi genitori ha ceduto tutto quello che possedeva ai poveri. Sfuggito alle condanne dei cinesi, è scappato e da Lhasa è arrivato in India cibandosi solo di pillole preparate da lui stesso secondo i ritrovati della medicina Ayurvedica che gli hanno consentito di non mangiare per un mese intero. Dopo avere meditato per quaranta anni ha iniziato una sua vita errante.

Lei ha conosciuto il Dalai Lama?
Sì, anni fa a Rimini. Sono andato a riceverlo all’aeroporto. Eravamo tutti a occhi bassi e mani giunte ad attenderlo. Alzando gli occhi per un istante ho visto che lui mi guardava come se mi avesse riconosciuto. Mi ha stretto le mani, ha appoggiato la sua testa contro la mia (il loro modo di salutare) e se ne è andato. Quando ho chiesto al Lama che cosa significasse il comportamento di sua santità, mi ha risposto che evidentemente in un’altra vita ero stato a stretto contatto con lui.

Come spiega i poteri dei Lama che ha constatato di persona?
E’ difficile spiegare quello che si vede e – per me – non ha un gran senso farlo. Il buddismo nasce da una grande assunzione di responsabilità che funziona principalmente a livello soggettivo. Che importa se i Lama riescono a mantenere una concentrazione che nessun altro uomo raggiunge o la loro visione del passato e del futuro gli consente di prevedere la data della propria morte? Sono esperienze personali che è difficile spiegare così come quello che – dopo anni – si apre dinanzi alla vita di un buddista. Sono immagini difficili da comunicare. Ricordo che – da bambino – mi fu diagnosticata dopo un incidente una sorta di paralisi progressiva agli arti inferiori. Per sei mesi non ho mai dormito la notte fino a quando mio padre, disperato, si è rivolto ad una signora che – in qualche maniera – ha fatto in modo che io camminassi di nuovo. I medici che hanno constato la mia possibilità di camminare nuovamente non sembravano troppo stupiti. Uno tra questi, uno che considero particolarmente illuminato ha constatato: “la ragione e la scienza arrivano fino ad un certo punto. Oltre c’è qualcos’altro.”

Come buddista, però, lei ha scelto di vivere nel mondo e non nella meditazione…
L’errore di base è quello di credere che il buddismo abbia bisogno di pubblicità e di rinuncia. Di entrambi le cose – offerte a piene mani dai cosiddetti “professionisti del buddismo” – questa fede non ha alcun bisogno. Il buddismo non ha bisogno di isolamento dal resto del mondo. La carità cristiana, ad esempio, ha molti punti in comune con il buddismo. Io stesso resto un cattolico. Anche il Dalai Lama lo dice. Se uno non è tibetano si può essere buddisti e – al tempo stesso – cattolici.

Cosa pensa di Richard Gere?
E’ un uomo serio che si è impegnato a lottare contro la persecuzione del popolo tibetano che – come gli ebrei  sessanta anni fa – sta subendo violenze inenarrabili. Un milione e mezzo di persone è stato trucidato dai cinesi. Richard lotta contro tutto questo. 

Perché i giovani si avvicinano con tanto interesse al buddismo?
E’ semplice: l’umanità ha bisogno di spiritualità. Spesso le religioni tradizionali non sono in grado di fornirla.

Il fatto che lei comunichi spesso soprattutto ai giovani un grande umorismo ha una connessione con la sua spiritualità?
Certamente sì. L’essere buddista è qualcosa che ti accompagna tutto il giorno per tutto il tempo e quando scrivi o reciti c’è una sorta di connessione elettrica tra ciò che sei e quello che fai. Del resto per fare ridere davvero devi essere sincero. La risata degli altri mi fa felice, perché credo che la risata venga da qualcosa di molto segreto che ci appartiene.

Un po’ come il Budda che ride…
Quell’icona è un’espressione della felicità interiore. Il buddismo è gioia e non c’è senso di colpa. Il buddismo è un bisogno di lasciare determinate cose. Soprattutto quelle inutili che opprimono la mente e l’anima. Ed è leggero ed eterno, forte e sublime come una risata.
L’uso della voce è educativo ed evocativo. La voce è un fascio di energia e vibrazioni. La sua armonia consente di avvicinarti al mondo ed essere percepito da questo nella maniera migliore.  Non è un caso che nel mio lavoro io mi stanco più di altri nel dirigere gli attori. Faccio sempre tardi e sono distrutto. Questo perché il mio mestiere è di spogliarli e rivestirli. Per me la voce e la recitazione sono un’orchestra che nasce dall’accordo sull’armonia spirituale.

Qual è il "peccato" che ritiene più incompatibile con la sua anima buddista?
L’essere un imbelle, un ignavo. Sarebbe la negazione della compassione. Io vivo di dubbi e di paure, ma dinanzi ai momenti più importanti della mia vita ho sempre tirato fuori la mia anima buddista. Vivere secondo questa ispirazione impone di scegliere il coraggio.

Qual è la caratteristica più importante del suo lavoro?
La sincerità: la comicità nasce dalla serietà. I grandi comici sono sempre stati serissimi. La stessa cosa che io faccio ad esempio con Homer Simpson che è tanto amato, perché è “vero”. Spesso con lui mi invento delle grandi stupidaggini e per questo il pubblico lo ama tanto e lo segue. Perché è tutto vero.

Chi fa i confronti con l’originale si accorge della peculiarità del valore dei suoi doppiaggi e adattamenti….
A me viene facile perché ce l’ho dentro. E’ qualcosa che non so spiegare. La creatività è un fatto che nasce dentro e che non mi fa stare tranquillo. Non so accontentarmi: sono un perfezionista e ho voglia di dare agli altri sempre il meglio. Ho la possibilità di fare dei lavori meditati, perché non sfruttarla al meglio? In questo senso uno strumento come il Dvd può fare apprezzare il nostro lavoro sia in confronto con l’originale che con il doppiaggio di altri paesi. 

Scritto da Marco Spagnoli
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