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Una notte (senza fine) al Museo - Recensione de L’uomo nero di Sergio Rubini

Attualità, Recensioni

09/12/2009

In un piccolo paesino della Puglia di fine anni Sessanta troviamo un ferroviere con la vocazione della pittura alle prese con le piccole invidie locali. Mentre sua moglie e suo figlio di otto anni hanno poteri soprannaturali che consentono loro di avere delle visioni e di parlare con i morti, lui si cimenta con le tele, omaggiando Paul Cezanne di cui è arrivato, recentemente, un autoritratto nel museo di Bari.

Mentre suo cognato interpretato da Riccardo Scamarcio continua la sua vita fatta di piccole avventure e della gestione di un alimentari, sua moglie (Valeria Golino) insegna alla scuola media e il figlio studia in terza elementare, l’uomo cerca di dare un senso alla propria esistenza attraverso la pittura. Il giorno della mostra, però, una serie di cose andranno storte e questo evento segnerà una sorta di spartiacque nella vita del pittore ferroviere che incontriamo nuovamente il giorno della sua morte.

Scritto, diretto ed interpretato da un Sergio Rubini, ancora una volta, alle prese con la sua Puglia e con l’idiozia della critica, L’Uomo Nero è una pellicola dalle suggestioni marcatamente felliniane in cui la vita degli adulti raccontata attraverso gli occhi di un bambino si popola di apparizioni e di fantasmi in un crescendo giocoso creato ad arte per dare vita al cortocircuito tra racconto popolare e leggenda.

Un film molto interessante che paga l’unico scotto di una lunghezza forse eccessiva di una narrazione inizialmente eccessivamente lenta. Tutte attribuzioni che l’odioso quanto incompetente critico ‘nemico’ del protagonista potrebbe ascrivere a questo film che, nel finale, però si trasforma in una vera e propria sorpresa, dove ci si accorge che la storia del pittore desideroso di conquistare la gloria è solo l’alibi per una storia in cui, a perdere la faccia, sono tutti coloro che non sanno e non riescono a ‘vedere’ idealmente quello che provano a guardare e a spiegare agli altri.

In una Puglia retrò, Rubini costruisce una storia di passione: per l’arte, per la vita, per gli straordinari misteri che questa racchiude. Una pellicola sulle convenzioni sociali, sui sogni non realizzati e quelli che, inavvertitamente, vengono ‘evocati’ come fantasmi da un bambino alle prese con la propria scoperta dell’esistenza in rotta di collisione con un mondo dominato dal formalismo e destinato, come mostra il finale, a scomparire in una repentina ondata di nostalgia.

Una grande prova di attore di Sergio Rubini e – nel finale – di un compassato Fabrizio Gifuni offrono il senso di una pellicola che intende celebrare l’arte come una missione nella vita a dispetto di tutto e di tutti.

Un film intrigante dove Rubini mostra, ancora una volta, il suo grande talento di narratore di storie in cui il cinema è pienamente protagonista.

Commedia popolare e, al tempo stesso, sofisticata, L’uomo nero è un film sulle paure, ma anche sul desiderio e sulle passioni impossibili da sopire. Un lavoro intellettualmente molto articolato e interessante cui, forse, avrebbe giovato una maggiore compattezza ed essenzialità formale, probabilmente, inutile da pretendere da un film dove il caos sembra controllare dall’alto le pulsioni e i desideri umani.

 

Scritto da Marco Spagnoli
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