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Un pezzetto di vita e il confine dell’infelicità

Attualità, Personaggi, Recensioni

03/09/2012

To the Wonder di Terrence Malick

Dopo avere vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes con Three of Life, Terrence Malick torna in concorso in un Festival internazionale di primissimo piano come quello di Venezia.

To the Wonder pur proponendo allo spettatore uno spettacolo visivo bellissimo raccontando una storia semplice e – tutto sommato – lineare, si rivela per essere soprattutto un film eccessivamente estetizzante in cui Malick sembra essere, forse, compiaciuto delle immagini che lui stesso ha creato commentate da una serie di voci off continue e talora eccessive.

La storia è quella di una ragazza che da Parigi si trasferisce in America con un uomo di cui si è innamorata. Il marito che aveva sposato solo a diciassette anni l’ha abbandonata e lei cerca una serenità con un’altra persona con cui condurre un ‘pezzetto di vita’. Insieme a lei, nella profondità della provincia americana viene la figlia di dieci anni che ha non poche difficoltà a relazionarsi con un mondo diverso. Ma il vero problema è il nuovo compagno della giovane donna interpretata dall’affascinante Olga Kurylenko già vista nell’ultimo 007. La modella ucraina cresciuta a Parigi è una donna tormentata, travolta da una grande malinconia e da un amore per un uomo gentile, ma incapace di scegliere se sposarla o meno portato sullo schermo da un volutamente rigido Ben Affleck.

To the Wonder esplora la difficoltà di un rapporto: di quello che è, di ciò che dovrebbe essere secondo la donna, e di quello che potrebbe diventare. Una storia d’amore seducente che diventa il cuore narrativo di un film dove incontriamo anche Rachel McAdams che porta sullo schermo ‘un’altra donna’ del personaggi di Affleck e Javier Bardem sotto l’abito talare di un sacerdote tormentato e in crisi. La bellezza della natura dell’America, di Parigi e di Mont Sant Michel si scontra con un’infelicità generalizzata che sembra avvolgere tutti i personaggi di questo film di cui ascoltiamo i pensieri e di cui riconosciamo le inquietudini.

Il problema è che questa storia viene raccontata con uno stile sensibilmente estetizzante in cui le immagini e la loro calligrafia domina la narrazione, rendendola, talora una collezione di scene visivamente seducenti che, però, per quasi due ore di durata di film, mettono lo spettatore non in condizione di entrare fino in fondo in questa elegiaca e filosofica esplorazione esistenziale.

Un’opera di un grande autore in cui il compiacimento personale sembra dominare il racconto sottraendo allo spettatore il piacere di potere apprezzare fino in fondo un dramma in cui il racconto appare eccessivamente di maniera, nonostante il talento dei protagonisti, la bellezza delle immagini e la rilevanza di una trama fondata sull’impossibilità di essere felici, sul dolore della scelta, sulla perdita della fede e sulla necessità della speranza.

Un film da vedere e in cui provare lo stesso a perdersi nonostante lo stile del regista ti obblighi di tanto in tanto a tornare indietro ad una modalità di racconto in cui il contenitore sembra essere più importante, e certamente più rilevante, del suo contenuto.

Prova ne è che quando il racconto di Javier Bardem si confronta con la realtà drammatica dell’esistenza, le immagini non perdono la loro bellezza, ma acquistano una forza donata loro dall’esistenza e dall’emozione che restituiscono all’occhio di guarda. Queste sì, ‘pezzetti di vita’ che commuovono e stabiliscono quel legame intimo tra schermo e pubblico che solo la magia del grande cinema può creare.

 

 

 

 

Scritto da Marco Spagnoli
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