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Un Castoro per Amico. The Beaver di Jodie Foster

Attualità, Recensioni

19/05/2011

(Cannes) – Sembra una commedia surreale, e forse così poi non sarebbe troppo male, mentre in realtà è un dramma figlio di un facile psicologia e foriero di situazioni decisamente improbabili e ancor più melense.

L’ultima fatica da regista di Jodie Foster ha come protagonista Mel Gibson nei panni di un professionista depresso che, un giorno, dopo avere provato invano a suicidarsi, viene ‘salvato’ dal pupazzo da ventriloquo di un castoro. L’uomo dona al personaggio altrimenti inanimato la sua voce con un accento diverso e una personalità in grado di affrontare quella medesima esistenza che lo ha stancato. Provando a fare accettare la condizione di sdoppiamento alla moglie separata, al figlio più piccolo e ai lavoratori dell’azienda di cui è amministratore delegato, il malato sembra così avere trovato una cura poco ortodossa alla propria cronica debolezza e malattia spirituale. Il problema è, però, che il castoro non sembra volerlo ‘lasciare in pace’ anche quando lui comincia a pensare di poterne fare a meno.

Se, inizialmente, questo film sembra una commedia sopra le righe, insolita ed originale, progressivamente The Beaver inanella una serie di banalità impressionanti sia sotto il profilo narrativo che quello stilistico. Mentre Gibson fa quello che può per rendere al meglio una sceneggiatura che lo vuole sdoppiato nel duplice ruolo di uomo in carne ed ossa e burattinaio ventriloquo di un minaccioso castoro di peluche, la regia ‘accademica’ della Foster non riesce ad aiutare una trama che anziché suscitare interesse, perde i pezzi inciampando in una serie di banalità fino al volere optare per un registro drammatico che non è in grado di tenere le fila di una serie di situazioni al limite del buon gusto e oltre quello dell’intelligenza dello spettatore, sorpreso dal vedere l’eroe di Mad Max e Arma Letale, ridursi, a mezz’età, a lottare fisicamente contro un castoro di peluche in quella che sembra più una comica di Benny Hill che l’opera di una regista premio Oscar, donna e artista di talento e di fascino.

Una pellicola indipendente che non riesce mai a trovare un punto di equilibrio sensato e che, al tempo stesso, non sostiene con contenuti adatti l’ambizione di volere esplorare una patologia, espressione di un profondo disagio esistenziale.

Se Gibson recita al meglio in un ruolo dalle molte falle, resta inspiegabile come Jodie Foster possa avere scelto di dirigere un film in cui la seconda parte della sceneggiatura è palesemente non omologa alla prima, con il risultato che quanto vediamo, per soli novanta minuti fortunatamente, non convince e nemmeno diverte.

Colpa, ovviamente, anche del castoro…e di chi ce l’ha messo e di una costruzione ‘tecnica’ del film non decisamente al meglio visto che anche la fotografia, il montaggio e perfino il tappeto sonoro della musica di Marcelo Zavos non convincono affatto.

Scritto da Marco Spagnoli
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