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Tutto in una Notte: Last Night di Massy Tadjedin

Attualità, Recensioni

28/10/2010

Una storia di amore, passione, segreti e bugie fotografata in maniera impeccabile e avvolta dalla suadente colonna sonora composta dal genio Clint Mansell.

La regista e sceneggiatrice iraniano – americana Massy Tadjedin segue il filone di coppie, passione e tradimenti riaperto recentemente, in maniera peraltro assai più significativa, da Closer per accompagnare il viaggio di una coppia alla volta della scoperta, o almeno del suo tentativo, di una propria identità e finanche della possibilità di essere ancora felici.

Joanna (Keira Knightley) e Michael (Sam Worthington) sono una coppia sposata da qualche anno. Si sono messi insieme al college e dopo una rottura di qualche tempo, si sono sposati.

Durante una festa lei incontra una sensuale collega di lui (Eva Mendes) con cui l’indomani il marito dovrà partire per lavoro. La giovane donna fa una scenata al marito, ma lo lascia andare fiduciosa che lui, nonostante palesemente attratto dall’altra, le resterà fedele.

Al tempo stesso, improvvisamente, incontra sotto casa uno scrittore francese (Guillame Canet) con cui aveva avuto una storia durante il tempo di separazione dall’allora non ancora marito e che, clandestinamente, aveva rincontrato qualche tempo dopo.

Lei a New York con un uomo di cui è dichiaratamente innamorata, lui a Philadelphia con una donna da cui è decisamente affascinato, i due dovranno confrontarsi con quanto di non detto nella loro vita e soprattutto nella loro storia.

Diretto con un certo gusto per il minimalismo e basato su una sceneggiatura che, in maniera seppure decisamente contenuta, parla di emozioni, di sesso, di tradimenti e di pulsioni non per la ricerca di quello che rende soddisfatti, ma nella speranza di essere felici, Last Night è un film erede di una grande tradizione di cinema sulle coppie e sui tradimenti che trova, forse, uno dei suoi capostipiti in Breve Incontro di David Lean.

Una variazione sul tema elegante e glamour in cui il cinema della seduzione aggiunge un nuovo tassello.

Un film su giovani uomini e donne a pochi passi dal successo che si confrontano con le proprie scelte e quel che resta di un’interiorità confessata solo dopo molti bicchieri di alcol, che emerge come un fantasma dal fumo delle sigarette.

Interpretato in maniera interessante da un cast insolito, ma che sembra funzionare molto bene, Last Night è la confessione al pubblico di sentimenti e passioni impercettibili sotto una coltre di quotidianità dove i problemi sono sempre di carattere intellettuale e mai pratico.

Un film dall’impostazione teatrale non per la sua realizzazione, bensì per il suo andamento meccanico dove in un finale prevedibile si arriverà (oppure no) al momento del confronto tra marito e moglie.

Simmetrico, glamour, elegante e sofisticato, Last Night è uno scintillante esercizio di stile con bellissime ambientazioni, ottimi dialoghi e momenti di tensione erotica significativi. Pulito e raffinato, montato dalla storica montatrice di Woody Allen, Susan E. Morse, ma che proprio come nel cinema del grande cineasta newyorkese resta, comunque, una mera imitazione oppure una sublimazione della vita stessa.

Se, però, il cinema drammatico di Allen affonda le sue radici in Bergman e in un orizzonte letterario più ampio, l’impressione che l’ispirazione di Massy Tadjedin derivi dai dibattiti sulle riviste patinate americane resta.

Pur essendo gradevole e in certi momenti coinvolgente, infatti, alla fine, Last Night sembra troppo simile a tanto cinema che abbiamo già visto e, soprattutto, comunica l’idea che la vita vera resti, inevitabilmente e volutamente, là fuori facendo di questa pellicola non più un ritratto di alcune persone appartenenti ad una generazione, bensì, purtroppo, solo la loro versione cinematografica, perfetta, elegante, sebbene ‘fallata’ più per esigenze di copione che in base ad un vero svilippo psicologico dei personaggi.

Una pellicola da vedere con il beneficio dell’inventario non tanto per quanto accade sullo schermo, ma per quanto avverrà dopo. Il suo centro, infatti, non è la vita, almeno non quella vera e vissuta, bensì una sua immagine levigata. Nessuna sociologia, dunque, ma solo la mera accettazione e possibilmente il godimento di una storia ben costruita. Il dibattito, qui, veramente non può trovare alcuno spazio, perché la realtà qui non c’è.

Scritto da Marco Spagnoli
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