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Tricked di Paul Verhoeven: il primo film sceneggiato dagli utenti di Internet

Attualità, Conferenze stampa, Interviste

10/11/2012

Tricked, in originale Steekspel, tradotto in italiano: La Giostra. 52’ minuti di una ronde sentimentale, con un colpo di scena dietro l’altro a, volte davvero bassissimi, che tengono incollato lo spettatore in questo primo film esperimento. La regia è firmata dal cineasta Paul Verhoeven, che ben conosciamo, ma il progetto è assolutamente unico. Ovvero una sceneggiatrice ha scritto i primi quattro minuti di Tricked e poi i produttori hanno lanciato sulla rete una sfida agli utenti chiedendo di inviare sceneggiature per fare proseguire la storia. E che il film sarebbe stato diretto, una volta terminata questa sceneggiatura collettiva fatta dalla gente, da Paul Verhoeven.

Vi assicuriamo che il risultato è davvero sorprendente, non ci si annoia un attimo, in questa storia che inizia con la festa di compleanno di un uomo d’affari, donnaiolo inferocito, e di tutte le sue concubine e di tutti i suoi famigliari che sono coinvolti in relazioni a dir poco amorali. Ma con una leggerezza e una voglia di divertirsi che rendono il tutto assolutamente intrigante. Non manca anche una scena dove una finta donna incinta viene, a sorpresa, pugnalata nella pancia con delle forbici… ci ricorda tanto Basic Instinct.

Paul Verhoeven è arrivato al Festival Internazionale del Film di Roma per parlarci di Tricked accompagnato nella chiacchierata da Mario Sesti e Giona A. Nazzaro.

“Allora volete sapere come sono andate le cose? Io sono stato contattato da un produttore di Los Angeles che mi ha spiegato il format, l’idea che avete già svelato, affermando che io ero il regista perfetto per mettere insieme un film di questo genere. Ovvero una pellicola che parte con quattro minuti scritti da una sceneggiatrice e il resto dal pubblico. Mi sono sentito galvanizzato e ho accettato. Così, noi abbiamo lanciato ed inserito su un sito Internet questo ormai famoso ‘incipit’ e poi la gente ha cominciato a scrivere come avrebbero voluto proseguisse la storia, e a quel punto ho capito in che cosa mi ero andato a cacciare. Sono arrivati migliaia di script io ho dovuto vagliare, scremare, tutto questo immenso materiale. Questa parte è stata la vera sfida ed è stato veramente orribile”.

“E’ stato orribile scegliere fra 700 brevi sceneggiature e, questo numero, si riferisce solo alla seconda parte della storia. E, dopo averle lette tutte e, vi assicuro che l’ho fatto, ho selezionato alcune parti di 50 fra le 700 sceneggiature arrivate. E’ stato come comporre un puzzle immenso. E’ stato davvero un lavoro lungo e difficile ma sono contentissimo di averlo fatto perché mi ha dato molta libertà, mi sono sentito ringiovanito. Ho seguito il flusso, è stata una grande ispirazione, non avevo niente da perdere e ho capito che per essere creativi bisogna anche fare un passo nell’ignoto. E’ vero che alcune scelte le ho fatte io, quindi l’ho guidato il progetto, ma le idee erano sempre della gente, non mie”.

“Alcuni hanno cercato di copiare i miei film precedenti, altri si sono mossi in maniera completamente indipendente, poi ci sono stati i fan di 50 sfumature di grigio che andando così di moda, ci hanno invasi con scene sadomaso. Alcune di queste idee le ho tenute, ma non tante, una o due… e, ovviamente, chi ha visto il film le avrà riconosciute”.

“Per gli attori pure – continua il regista - è stata una situazione davvero bizzarra dato che non sapevano come proseguiva la storia e cosa succedeva al loro personaggio. Avevano sempre in mano solo parti del loro ruolo ma dovevano essere pronti ad improvvisare continuamente ed essere molto duttili e disponibili visto che il plot cambiava in continuazione e loro ne erano completamente all’oscuro. Dato che anche per me è stato un work in progress”.

“Fare un passo nell’ignoto è una teoria di Martin Heidegger che, personalmente, ho sempre ritenuto molto affascinante e l’ho fatta mia come modo di vedere le cose, soprattutto, nell’approcciarmi al mio lavoro perché io sento che se non sai dove vai diventi più creativo, pieno di idee. E’ ovvio che non è un approccio applicabile a qualsiasi tipo di film. Mi piacerebbe rifarlo questo esperimento, magari con un film più lungo, non è una cosa che si può fare sempre ma in questo momento della mia vita è stato davvero fantastico per me”.

“Molti dei produttori non ci credevano, pensavano che non ce l’avremmo mai fatta a realizzare Tricked. Anche perché il pubblico non smetteva mai di inviarci storie e ogni volta ci inseriva o situazioni nuove o personaggi in più. Ma il film doveva durare 50 minuti, e non dieci ore, quindi bisognava fargli capire dove dovevano andare a parare. Ad un certo punto ho incontrato, alcuni fra gli scrittori principali del film, quelli più accaniti, e gli ho detto che, dovevamo trovare un finale… Non ha funzionato molto e così ho forzato io un po’ la mano”.

“Nel film c’è moltissima ambiguità che noi abbiamo voluto ed è anche profondamente amorale e a noi piace questo aspetto. L’ambiguità ci viene da Alfred Hitchcock è stato lui il Maestro, colui che in tutti i suoi film ci ha sempre fatto credere che le cose stavano andando in un certo modo e, poi, ovviamente ti ritrovavi in un contesto completamente diverso. La suspense si ottiene in questo modo e Hitchcock è stato il migliore di tutti i registi del mondo nel saperla utilizzare. E noi, registi, abbiamo tutti preso lezioni dai suoi film”.

“Io ho seguito molto lo stile dei primi 4’ minuti del film che ha scritto una sceneggiatrice olandese mentre gli utenti, il pubblico sono andati per conto loro. Trovo che il ruolo dell’autore sia ancora fondamentale nel creare un film, nonostante, siamo nell’era di Internet. Non si può insegnare al pubblico come si fanno le cose, non ti puoi fidare di un neurochirurgo se non ha la giusta formazione, quindi Tricked è al 90% frutto delle idee degli spettatori, della gente, degli utenti ma c’è anche un 10% in cui sono intervenuti sceneggiatori professionisti oltre, chiaramente, io stesso. Però ci sono idee – ad esempio – legate alle scenografie che sono venute dal pubblico, e questo è strano, bizzarro, davvero curioso. Ma lo schema del film, certo, è sempre tenuto insieme da un autore, da un regista e dai suoi collaboratori, altrimenti sarebbe il caos”.

Prima che il simpatico e di buon umore Verhoeven finisca il suo incontro arriva la domanda che si aspettava, vale a dire, se ha visto il remake del suo film del 1990, Total Recall e cosa pensa del fatto che stanno rifacendo anche Robocop… “Ho visto il remake di Total Recall e non mi è piaciuto molto, mi sembra che si siano presi troppo sul serio e questo non ha funzionato. Su Robocop non ne so molto”.

Diplomatico olandese, sempre pronto a rimettersi in gioco, come la sua Catherine Tramell, ovvero Sharon Stone nel già citato Basic Instinct che, con un solo accavallamento delle gambe, è entrata nella storia del cinema!

Nelle foto il regista al Festival di Roma con alcuni attori del film e produttori!

Scritto da Nicoletta Gemmi
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