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Tramonto della modernitá. “Ocaso” di Théo Court

Attualità

07/04/2011

LAS PALMAS DE GRAN CANARIA. Candidata a Capitale Europea della Cultura nell'anno 2016, Las Palmas, 400.000 abitanti,  cittá che ha dato i natali a Perez Galdós e Alfredo Kraus, è una perla del turismo che punta sull'arte, sull'universitá, sul teatro e sul cinema. Ne fa parte il 12º Festival de Cine che vanta dieci sezioni e quattro giurie, con alcuni film che concorrono in due sezioni: la ufficiale e quella riservata ai nuovi registi. Théo Court, 31 anni, di origini cilene ma nativo di Ibiza, dopo studi di filosofia a Madrid e dopo la scuola di cinema a Cuba, compete nelle due sezioni col suo primo lungometraggio prodotto da Cile, Messico, Santo Domingo. Dura 80 minuti e s'intitola “Ocaso”.

Suo maestro dichiarato: Andrei Tarkovski e, per sua ammissione è “solidale col cinema dell'argentino Lisandro Alonso per la ricerca di un cinema anonimo, che parla di personaggi nascosti e isolati”. Non cita Carlos Sorín, i cui ultimi film mostrano molte analogie con i suoi, ma forse sono troppo carichi di parole per il cinema estremo che lui predilige. In realtá, Théo Court resta in bilico tra cinema e pittura dando vita a scene che sembrano dilatare i tempi reali. Si comporta infatti come un entomologo che osservi la natura, che nel suo caso sono le 24 ore della vita di un vecchio maggiordomo in una casa di campagna in rovina. Interpretato da Rafael Vázquez, che anni prima aveva lavorato nella fattoria dove sorge la casa, il film mostra campi avvolti nella nebbia che nascondono la casa ormai abbandonata dove l'ex maggiordomo esegue i rituali quotidiani prima di congedarsi.

In una serie di scene, che per il regista fingono una galleria di quadri ispirati da pittori classici e barocchi, si vede Rafael prepararsi il caffé, lavarsi, recarsi a un ruscello per attingere  acqua, raccogliere ramoscelli secchi, preparare le verdure per una zuppa e cogliere dall'albero alcuni cachí. Dichiarato intento del regista: trasmettere la solitudine del protagonista, e delineare il profilo di un uomo al quale non resta che la fedeltá al suo passato, alla professione esercitata e a un mondo ormai scomparso. Per farlo ha girato il film nella fattoria che trent'anni prima era stata dei suoi nonni, e riesce nel suo intento poetico e sociologico, rendendo l'immagine del tramonto di un'epoca e di un uomo ormai superato dalla “modernitá”.

Come spesso accade per certe scelte estreme, “Ocaso” ha trovato fan entusiasti e qualche spettatore che ha lasciato la sala durante la proiezione. Certamente, aver voluto eliminare dal film un intrigo narrativo, esclude il film da qualsiasi circuito commerciale. Cosa che sembra essere l'ultima preoccupazione del regista che considera il film come una lode al silenzio, quasi a dimostrare che il cinema sonoro era un punto di arrivo e che il cinema parlato non ha fatto che complicare le cose. Eco involontario al limitarsi alla musica di sorgente di “Ocaso”, alcuni film asiatici in concorso, giá visti a Cannes e a Venezia, che pur nelle loro lentezze e nei rari dialoghi sembrano in confronto opere saccenti.  

Scritto da Renzo Fegatelli
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