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Tra le nuvole, intervista a Jason Reitman

Attualità, Interviste

20/01/2010

Il 22 gennaio arriva sugli schermi lo splendido Tra le nuvole (distribuito da Universal Pictures), diretto da Jason Reitman (figlio di Ivan Reitman) e interpretato da George Clooney, Vera Farmiga e Anna Kendrick. La storia di un manager perennemente in volo fra un’azienda e l’altra, tagliatore di teste seriale, che perde il contatto con la realtà. E la sua vita crolla. Il film ha vinto il Golden Globe per la migliore sceneggiatura, pur avendo ben sei candidature. Ne abbiamo parlato con il regista: Jason Reitman.
Come ha lavorato con gli attori, in particolare con George Clooney che è eccezionale in questo film?

Billy Wilder disse una volta che per avere il film ideale bastava ‘una splendida sceneggiatura e dei grandi talenti’. E io sono completamente d’accordo, personalmente credo molto negli attori, ho molta fiducia in loro e forse la mia abilità consiste nel riuscire ad unire il giusto attore con il personaggio che deve interpretare.
Come ha lavorato con lo sceneggiatore Sheldon Turner e come si è rapportato con il libro da cui è tratta la storia: Up in the air di Waltern Kirn?
Ho letto il libro mentre stavo girando Thank You For Smoking, e mi è piaciuto molto ma ci sono voluti sei anni per arrivare alla sceneggiatura. Rispetto al romanzo originale il film presenta delle differenze. Diciamo che il romanzo lo possiamo considerare come un trampolino di lancio, un punto di partenza, per esaminare sia il rapporto con gli altri e che cosa significa stare in una comunità. Anche sulla mia stessa vita, questo libro, ha avuto un impatto per capire con che cosa volere riempire la mia esistenza.

E l’aspetto della recessione economica è stato un motivo per la scelta di adattare questo testo?
In realtà originariamente non aveva nessuna connessione la crisi economica che stiamo attraversando con il mio desiderio di raccontare questa vicenda. Avendo cominciato a scrivere la sceneggiatura sei anni fa non c’era una associazione possibile con la situazione nella quale si trova il mio Paese, gli Stati Uniti d’America, ma anche il resto del mondo attualmente, a livello  economico. Invece verso la fine del processo di scrittura è subentrata questa crisi mondiale e quindi abbiamo inserito anche parti in cui veri licenziati raccontano cosa gli è successo. Ma il motivo che mi ha spinto a girare Tra le nuvole è stato piuttosto la sfida di potere approfondire l’analisi di un personaggio che è convinto, o pensa di potere affermare: di potere vivere senza contare su nessuno o su niente. Quindi vivere completamente da solo. Io al contrario di Ryan ho una vita molto completa, ho una moglie che amo, una splendida figlia e la fortuna di fare il lavoro che voglio fare. Però a volte quando mi trovo in aeroporto mi ritrovo a guardare il cartellone delle partenze e mi chiedo: ‘Come potrebbe essere atterrare in una città dove non conosco assolutamente nessuno, dove non ho alcun rapporto e iniziare a vivere lì?’. Questa è una domanda che ho sempre trovato stimolante, proprio dal punto di vista di analisi intellettuale.
Lei ha detto di essere sempre attratto da personaggi complicati. Che comunque si rivelano spesso molto affascinanti, carismatici, intelligenti, ci può dire meglio da cosa è maggiormente interessato?
In realtà io amo i personaggi complessi e capaci di spingersi fino ai limiti in maniera compiuta ed eloquente. Se pensate a Juno o al protagonista di Thank You For Smoking entrambi hanno, come Ryan, caratteristiche anomale rispetto a quella che possiamo definire la ‘normalità’, anche se tutti quanti per motivi estremamente diversi. Ma nessuno di loro rientra in canoni precisi o nella norma. E’ quello che mi è successo quando ho visto Arancia Meccanica. E’ chiaro che fino a quando un regista non ha fatto un certo numero di film non riesce a capire che tipo di creatore di storie è… Poi voi giornalisti fate delle osservazioni e molte volte mi ritrovo a pensare: ‘Però aveva ragione c’è un filo logico che unisce quello che sto facendo’. Ma non è un processo di pensiero immediato, io almeno come prima scelta parto dalle storie, quelle che mi interessano le coltivo e ci lavoro sopra. Quello che posso dire è che sono abbastanza abile nel capire le persone e questo mi aiuta molto nello scegliere l’attore giusto, adatto, al personaggio che deve rappresentare. Cerco quel tratto della personalità di un attore che mi permette poi di sviluppare al meglio la storia che voglio raccontare. Detto questo io provo il massimo rispetto per tutti quegli attori che riescono ad interpretare personaggi che sono lontanissimi da loro, all’opposto delle loro personalità ma, per quanto mi riguarda, mi trovo meglio con talenti che abbiano anche un piccolissimo tratto che li accomuna con chi dovranno portare sullo schermo.

Quanto lavora sui dialoghi. Dato che sono davvero straordinari?
Sui dialoghi lavoro davvero in maniera molto veloce, sono capace in un giorno di scrivere sei pagine come niente. Quello che è più difficile per me è sviluppare nel totale la narrazione, vedere il tutto nella sua completezza. Mentre la scena del matrimonio, ad esempio, che è composta da 17 pagine di copione l’ho scritta di getto perché c’è l’avevo tutta in mente e sapevo che cosa volevo fare dire ai protagonisti. Se riuscissi a comprendere le persone nella vita reale come comprendo i personaggi dei miei film sarei probabilmente sarei andato molto oltre a quello a cui sono arrivato oggi.
Il suo cinema ricorda molto il grande cinema americano degli anni quaranta, con personaggi affascinanti, storie molto sofisticate, dialoghi perfetti. Anche se i suoi protagonisti non hanno quasi mai una possibilità di redenzione. Quindi cosa pensa… che la vita alla fine prende il sopravvento e non c’è il grande sogno ad aspettarci?
Grande domanda. Ma non ho risposta, non in particolare su questa questione ma non ho una risposta per i miei personaggi. Devo dire che le grandi commedie degli anni ’30 e ’40 io le adoro, la screwball comedy mi piace in generale moltissimo e sicuramente sono una fonte di ispirazione perché fanno parte del mio bagaglio culturale. Di quei film amo molto le interazioni tra i personaggi, in particolare come viene descritto il rapporto fra l’uomo e la donna. Tuttavia non riesco a dare una soluzione a quello che lei mi ha chiesto perché credo che non ci sia una risposta. Pur avendo 31 anni considero che la vita sia estremamente complicata, le persone sono infinitamente complicate, per cui non mi sento in grado di dire che cosa ci aspetta. Non so che cosa aspetta Ryan quando scenderà dall’ennesimo aereo alla fine del film. A questo punto non mi rimane che passare il testimone al pubblico perché la risposta la chiedo proprio a loro. Rimane quindi l’interrogativo.
Quali sono i suoi punti di riferimento, a parte suo padre?
Attualmente il personaggio più influente come regista è Alexander Payne quello di Sideways. Ma tutti quei registi del settore indipendente americano che sono usciti dal Sundance Film Festival negli anni ‘90, come: Paul Thomas Anderson, Wes Anderson, Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Sophia Coppola, Spike Jonze, Steven Soderbergh, i fratelli Coen hanno lasciato grandi tracce dentro di me. Io mi considero un loro discendente e spero che anche loro siano d’accordo, anche se non ne ho la minima idea.
Su cosa sta lavorando ora?
Sto scrivendo l’adattamento di un libro di Joyce Maynard e ne ho anche un altro per le mani che per ora però non posso dire nulla. Sono commedie e drammi insieme, non amo i film classificabili in un solo genere. Un regista deve essere sempre molto onesto intellettualmente e la vita non è classificabile in una sola categoria a me interessa coinvolgere in una esperienza emotiva il pubblico e non incasellato in un genere piuttosto che in un altro. 

Scritto da Nicoletta Gemmi
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