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Susanne Bier, un mondo migliore è possibile!

Attualità, Interviste

05/11/2010

La grande regista danese è tornata in patria. Dopo la puntata americana con Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire, titolo originale) per In un mondo migliore, in concorso al Festival di Roma, ha ambientato la sua storia nel suo Paese di origine. Come tutte le sue pellicole precedenti. Arrivata a Roma insieme ai suoi attori Susanne Bier (nella foto a sinistra) dichiara immediatamente: In un mondo migliore vuole esplorare i limiti che incontriamo nel tentativo di controllare la società allo stesso modo in cui controlliamo le nostre vite private. Il film si chiede se la nostra cultura “avanzata” sia il modello per un mondo migliore o se piuttosto il caos sia in agguato sotto la superficie della civilizzazione. Siamo immuni a questo caos o viviamo nel rischio perenne di precipitarvi?”

Sì perché la storia del notevolissimo film della Bier si svolge tra la Danimarca e il Sudan, anche se il Paese non viene mai nominato. Anton, che opera in un campo profughi nel continente africano, torna dalla moglie Marianne nella tranquillità di una cittadina danese. I due sono una coppia di medici in crisi matrimoniale; Elias, il figlio adolescente, è vittima dei bulli della scuola. L’unico capace di difenderlo è Christian, un giovane che vive col padre Claus, da poco rimasto vedovo. L'amicizia tra Elias e Christian si rivela presto pericolosa.

Quando è nata l’esigenza di scrivere il soggetto del film insieme al suo collaboratore storico Anders Thomas Jensen? “Ho discusso a lungo con Anders – ci dice la Bier – sul fatto che il nostro Paese, la Danimarca, viene spesso percepita come una società armoniosa, ideale, mentre nella realtà niente è perfetto. Abbiamo iniziato a pensare ad una storia nella quale eventi imprevedibili avrebbero avuto effetti drammatici sulle persone e distrutto l’immagine di luogo incantato nel quale vivere. La storia di due ragazzi che diventano amici, ma uno di loro comincia a diventare violento, ha iniziato a svilupparsi. Di solito si crede – o si vuole credere – che i ragazzini siano buoni, creature dell’amore, ma in questo caso un 12enne diventa cattivo, addirittura malvagio, perché arrabbiato”.

E il fatto che il genitore di uno dei due ragazzini lavori per un centro di accoglienza medica in Sudan mette ancora più in evidenza che le cose non sono bianche o nere. Dato che c’è violenza in Danimarca come se ne può trovare in Africa... “Esattamente. – continua la Bier - Io trovo sempre un terzo mondo da mettere nel film. Diciamo un terzo incomodo e in questo caso avevo voglia di sottolineare le analogie fra due Paesi così lontani, e non le differenze. Perché c'è della cattiveria nel Terzo Mondo ma non è meglio in Danimarca, dove vivono esseri orribili, come in molte parti del nostro pianeta. Il razzismo è stupido, è ridicolo. Il film dimostra che ci conosciamo molto poco, crediamo di capire gli altri e invece non è così ed è difficilissimo costruire dei ponti che uniscano due esseri umani”.

In molti suoi film i personaggi principali sono degli uomini. E lei li sa raccontare con rara grazia e realtà. Da dove viene questa capacità? “Non so. – afferma la regista – Forse perché adoro mio padre, sono sempre stata attaccatissima a lui e sono cresciuta con due fratelli... Mi piace raccontare persone romantiche, idealiste ma non di certo perfette. Voglio parlare di esseri umani con le loro fragilità, i loro dubbi e le loro incertezze. E In un mondo migliore parla di questo. Da regista e da donna è vero, mi sento spinta verso i personaggi maschili. Gli attori spesso hanno un forte lato femminile, e mi piace trovarlo, come la profondità, un segreto nascosto che posso portare allo scoperto”.

E’ vero che il film è stato accusato dal governo sudanese di essere anti-islamico? “E’ vero che è successo – dice la regista – ma sono accuse assolutamente false e se devo dirla tutta non so nemmeno perché sono uscite dato che noi non nominiamo mai il Sudan nel film. Non si sa dove si trova questo campo profughi nel quale lavora Anton, certo si capisce che è Africa ma poteva essere anche il Darfur. Tra l’altro il film è stato girato in Kenya per ovvi motivi di sicurezza. Ma non solo per questi motivi mi ha sconcertato questa uscita, è che non capisco cosa abbiano trovato di anti-islamico in questa storia. Spero sia solo un malinteso dato che non ci sono assolutamente ragioni per pensare che la pellicola sia poco rispettosa verso i musulmani. Ci ha molto sorpreso questa reazione”.

Come è riuscita a far lavorare così bene questi ragazzini del campo profughi e anche i due protagonisti che sono tutti debuttanti? “Gli attori che hanno talento hanno immaginazione e questi ragazzi ne avevano parecchia. In questo modo prima hanno immaginato di trovarsi in una determinata situazione e poi sono riusciti ad esprimerla attraverso l’interpretazione. Anche se nessuno di loro ha vissuto veramente le esperienze che vivono nel film. Spero che In un mondo migliore diventi un tributo sulla responsabilità che ha l’uomo per rendere migliore l’ambiente in cui viviamo. Questa sarebbe la soddisfazione maggiore, avendo anche lavorato con ragazzi che sono il nostro futuro, non potrei desiderare di più da questo film”.

Dopo avere girato un film in America, Noi due sconosciuti con Benicio Del Toro e Halle Berry, ha intenzione di tornare a Hollywood o è stata solo una parentesi? “No, mi piacerebbe fare un altro film in America – conclude Susanne Bier - Anche se per me non è molto importante dove giro ma piuttosto qual'è il tipo di film che devo fare. Sono storie che devono fare paura e avere un elemento di terrore sconosciuto”.

In un mondo migliore è stato scelto per rappresentare la Danimarca agli Oscar e uscirà il 14 gennaio 2011, distribuito da Teodora Film.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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