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Sisters are doin’ it for themselves We Want Sex di Nigel Cole

Attualità, Recensioni

31/10/2010

E’ un’altra divertente commedia sociale proveniente dalla Gran Bretagna quella che il regista de L’Erba di Grace e Calendar Girls Nigel Cole realizza ispirandosi ad una storia vera. Nel 1968, infatti, un relativamente piccolo sciopero alla fabbrica della Ford a Dagenham in Inghilterra divenne la scintilla per una serie di proteste che hanno portato, nel 1970, a sancire per legge il diritto delle donne alla stessa retribuzione dei loro colleghi maschi tra l’ostilità di Henry Ford II e la sensibile irritazione dei colleghi maschi.

Una conquista sociale di enorme importanza, nata quasi ’per caso’ grazie ad un gruppo di donne coraggiose e determinate a vedersi riconosciute un vero e proprio diritto.

Interpretato da un cast di grande qualità guidato da Sally Hawkins nel ruolo della leader delle rivendicazioni affiancata da Bob Hoskins, Miranda Richardson, Geraldine James e da Rosamund Pike, We Want Sex (sorniona traduzione “italiana” dell’originale Made in Dagenham) è un film molto piacevole e a tratti anche interessante e commovente.  Un’altra pellicola dalla vocazione sociale in chiave leggera che intrattiene lo spettatore in maniera molto intelligente, ma – al tempo stesso – inevitabilmente un po’ lontana dai fasti e dalla novità rappresentata da un film come Full Monty.

Non un capolavoro, dunque, sul piano cinematografico, ma certamente molto rilevante su quello sociale, perché, soprattutto in questa epoca di delocalizzazione, l’arroganza dei produttori di automobili sembra essere sempre la stessa.

In questo senso, oltre l’elemento di commedia che, comunque, resta dominante rispetto alla storia, We Want Sex è un piacevole apologo sulla nostra modernità dove la dignità sociale, soprattutto quella dei lavoratori e delle donne, spesso viene immolata sugli altari del qualunquismo e delle cronache in cui sembrano essere le escort non solo a conquistare le prime pagine, ma – soprattutto – a raccontarci come le tentazioni siano sempre più facili da ottenere che le conquiste sociali e il progresso.

Nel film il sindacalista portato sullo schermo da Bob Hoskins cita il Capitale di Karl Marx secondo cui il progresso di una società si misura attraverso la qualità delle conquiste sociali delle donne e della loro vita. Guardando le file di panni stesi, le biciclette, gli amorazzi delle protagoniste alle prese con la vite di madri, mogli, ma anche di lavoratrici, di amiche e di combattenti per i diritti civili, si ha, quindi, l’impressione di avere perso qualcosa. E non certo per l’inevitabile buonismo della rappresentazione, perché la cultura di classe, ma soprattutto il senso di dignità di queste donne, esploso, non a caso, alla fine degli anni Sessanta, porta con sé una buona dose di nostalgia per un’era progressista dove, agli albori del consumismo, essere era sempre più importante che avere.

Una pellicola che tutti dovremmo vedere non per il ‘come eravamo’, bensì per il ‘come dovremmo tornare ad essere’ sul piano della consapevolezza e della dignità legate al lavoro.

Scritto da Marco Spagnoli
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