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Simon Konianski, dolorosa commedia densa di umorismo

Attualità

08/04/2010


Simon Konianski
in uscita il 9 aprile per Fandango è il frutto del regista belga Micha Wald che ha messo molto della sua vita e di quella della sua famiglia nella pellicola. Il suo legame con la cultura ebraica, vista con affetto e con insofferenza, il racconto intriso gioia, ironia pur toccando anche temi molto dolorosi. Il tutto parte da Simon (interpretato da Jonathan Zaccaï) che anche se è ebreo e figlio di un sopravvissuto ai campi di sterminio, è filopalestinese, non ha fatto circoncidere suo figlio Hadrien (Nassim Ben Abdeloumene) il bambino lo ha avuto con una danzatrice goy, ovvero non ebrea. Così quando la donna lo lascia e lui, senza lavoro e senza troppa voglia di trovarlo, torna a vivere con il padre (il grande vecchio Popeck), e tra i due è una lite continua. Ma quando il vecchio genitore muore, Simon intraprende un lungo viaggio in macchina per esaudire il suo ultimo desiderio: essere sepolto, non in Belgio, ma nella sua terra di origine, un paesino dell’Ucraina. Il regista giunto a Roma per la presentazione del film ha ammesso: “C’è molto della mia vita in questo film. Quando avevo vent’anni subito dopo la morte di sua madre, mio padre volle fare un viaggio in Ucraina, per conoscere il posto dove lei era nata. E io, e i miei fratelli, andammo con lui. E lì, in quella terra dove c’erano più cavalli che macchine, incontrammo molte persone provenienti dagli Stati Uniti come dalla Francia che, mappe alla mano, cercavano le proprie radici. E’ vero che siamo rimasti sei ore fermi al confine con l’Ucraina perché volevano farci pagare una tassa ‘ecologica’ che mio padre non voleva pagare e ci smontarono la macchina. Sono veri anche altri episodi e ho realmente, anch’io come Simon, zii e zie, parenti vari un po’ pazzi. In alcuni casi ho mitigato la realtà perché sarebbe sembrata eccessiva”. A proposito di realtà nel film Simon fa visita anche ad un campo di concentramento... “E’ il campo di Majdanek, in Polonia, vicino a Lublino. Quando avevo quindici anni ho partecipato a un viaggio della memoria in Polonia. Abbiamo visitato Auschwitz, Treblinka, Sobibor, Belzek e Majdanek, che mi sembrò qualcosa di spaventoso e orribilmente brutale. E nel film volevo restituire quella mia sensazione di allora”.
Ultimamente ci sono stati tantissimi film che hanno tratto il tema della Shoa o comunque dell’occupazione tedesca e del Nazismo ma il suo film è diverso dagli altri. Tra Woody Allen, Roberto Benigni e Radu Mihaileanu c’è qualcuno a cui si sente vicino? “Sono tre registi che appartengono ad un’altra generazione, diversa dalla mia. Woody Allen è un’intellettuale newyorkese, mentre io vengo da una famiglia di piccoli artigiani fuggiti in Belgio dalla Polonia negli anni ’20. Non ho visto i suoi film, abbiamo culture molto diverse e se influenza c’è stata è del tutto inconsapevole. Io appartengo alla terza generazione e con la Shoa non ho avuto alcun rapporto diretto. L’ho conosciuta attraverso il racconto dei miei nonni. Ma, certamente, è una storia con cui ognuno di noi deve fare i conti. E’ come se, prima di potere fare altri film e raccontare altre vicende, ognuno di noi dovesse prima affrontare questa. Avevo due modi di farlo: piangere e scegliere un approccio drammatico o rivisitare tutto questo in chiave di commedia. E poiché i miei famigliari mi fanno anche ridere, e l’ironia fa parte della tradizione Yiddish, ho scelto un approccio da commedia”. Intanto Micha Wald sta già lavorando ad altri due film e, come ha appena enunciato, questa volta si allontana dai temi legati alle sue origini, dato che si tratta della trasposizione su grande schermo di due romanzi di Jack London.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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