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Silvio Orlando

05/05/2003
L'illusione dell'ingegneria sociale
Le persone non sono "esuberi" ed è importante che il cinema se ne ricordi. Il posto dell'anima di Riccardo Milani è uno dei rari film italiani che punta l'obiettivo sul dramma della disoccupazione, in scena c'è infatti un gruppo di operai all'indomani della chiusura di una fabbrica di pneumatici. Uno di loro ha il volto di Silvio Orlando che, fin dalla prima lettura del soggetto (avvenuta quattro anni fa, così tanto per eliminare ogni sospetto di 'instant movie'), ha creduto nell'importanza di portare al cinema questo tema "bandito, chissà poi perché, dalle sale".

-Il mondo del lavoro non è certo in vetta all'indice di gradimento nel cinema italiano. Questo film va contro tendenza e prende posizione, si schiera, provoca. Lei, che è l'icona morettiana per eccellenza, e Milani, autore cui stanno a cuore le tematiche sociali da sempre, avete deciso di riportare la politica al cinema? In tempi di pura fiction tra l'altro... .

"Il cinema italiano è ultimamente un po' troppo interessato agli scenari borghesi. Le altre realtà sono completamente estromesse anche solo dalla possibilità di essere rappresentate, non fanno audience perché il criterio è quello televisivo: alla Rai non comanda l'Annunziata, o chi per lei, così come a Medieset, sembrerà strano, ma non comanda nemmeno uno come Berlusconi! Dettano legge gli insersionisti pubblicitari. Questa è una follia. Il cinema italiano, quello che ora segue la televisone, anche esteticamente non solo sul fronte dei contenuti, ha vissuto per anni, anni gloriosi, raccontando l'altro mondo quello popolare e piccolo borghese".

-Eppure un film come quello di Ferzan Ozpetek racconta un mondo piccolissimo borghese e la gente va a vederlo. Non le pare che ci sia invece un'inversione di tendenza?

"In un certo senso sì, infatti non è tanto il mondo che si racconta ma come lo si racconta, da quale punto di vista. La cosa bandita, vietata al cinema è proprio il lavoro. Il lavoro non interessa, il lavoro è un elemento di corredo. Questo film che ho fatto con Milani non racconta genericamente la disoccupazione, ne racconta un preciso momento quello del licenziamento, l'attimo in cui la tua identità e dignità vengono cancellate come una scritta su una lavagna a fine lezione. Siccome sono cose che capitano e dietro ci sono vite, sofferenze e persone vere, le vogliamo raccontare o no? Se non lo fa il cinema, chi? Questo è senza dubbio il film più radicale e politico che abbia fatto in vita mia".

Scritto da ADMIN
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