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Shutter Island: Confessioni di una mente pericolosa

Attualità, Interviste

08/02/2010

L’accoppiata Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio è come Tim Burton e Johnny Depp. Insieme funzionano a meraviglia. E Shutter Island il loro quarto film insieme ne è l’ennesima dimostrazione. Di questo thriller, noir, gotico, horror movie possiamo raccontarvi ben poco per due motivi: uno se si svela la trama si vince un viaggio a Shutter Island nel manicomio di Ashecliffe e vi assicuriamo che è meglio starci il più lontano possibile; secondo il film passerà il 14 febbraio al Festival di Berlino che ha messo un veto su recensioni e approfondimenti vari. Quello che vi riporteremo è quello che hanno raccontato l’accoppiata d’oro Scorsese/DiCaprio giunti a Roma per promuovere il film che uscirà nelle sale il 5 marzo in 400 copie distribuito da Medusa. Affermare che è imperdibile crediamo non costituisca reato. Come pure accennarvi a quel po’ di trama che trovereste ovunque sul web ovvero la storia dei detective Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) inviati sull’isola al largo di Boston per investigare sulla scomparsa di Rachel Solando una donna che ha annegato i suoi tre figli uno alla volta. Siamo nel 1952 e il film si sofferma su moltissimi temi: la violenza, l’alterazione della mente, la psichiatria divisa tra metodi medievali e nuova medicina, la perdita, l’amore. Shutter Island è tratto dal libro di Dennis Lehane (da altri suoi romanzi sono nati film come Mystic River e Gone Baby Gone) ed è un vero incubo ad occhi aperti. Martin Scorsese che insieme all’indimenticabile François Truffaut è uno dei registi più cinefili al mondo insieme a Leonardo DiCaprio uno dei migliori attori in circolazione ci hanno illuminato su alcuni aspetti del film. In prima fila la madre di Leonardo, la Signora Irmalin, che ha ripreso tutto l’incontro stampa con la sua macchina fotografica tra i sorrisi del figlio. Assente la fidanzata, la modella Bar Refaeli che accompagna però DiCaprio in questo tour europeo. Mister Scorsese Shutter Island sembra un film di Fritz Lang diretto da Samuel Fuller, che ne pensa? “Che ne sono onorato - risponde il regista - ma non mi considero all’altezza di questi due registi. Prima di iniziare le riprese di Shutter Island ci siamo visti con Leonardo e Mark, Laura di Otto Preminger e Le catene della colpa di Jacques Tourneur. C’è anche molto dell’Espressionismo tedesco in questa pellicola perché la storia, il periodo e l’ambientazione, un manicomio, erano perfetti per quel tipo di cinema. Io sono cresciuto a pane e pellicole tedesche, italiane, inglesi. Il cinema è da sempre la mia vita, non solo farlo, ma adoro anche vedere i film, questo ha costituito e costituisce buona parte della mia esistenza. Quindi è ovvio che io ho un debito con il cinema soprattutto degli anni ’40 e ’50 ma direi che è un debito che ho digerito, fatto mio, fa parte della mia vita, della mia formazione di uomo e cineasta. Se Shutter Island rimanderà a quel tipo di cinema non posso che ritenermi soddisfatto e pensare di avere raggiunto il mio scopo”. Cosa l’ha maggiormente attratta di questo progetto tutt’altro che semplice da portare sullo schermo? “Il libro di Dennis Lehane - continua Scorsese - mi ha completamente rapito, mi ha anche fatto stare male e avere degli incubi. Ma una volta iniziato a leggere mi sono immediatamente calato nei panni di Teddy Daniels e non vedevo l’ora di raccontare la sua storia in un film. Insomma è stato il materiale umano che c’è in questo romanzo che mi ha conquistato. La paranoia, l’ossessione, la paura, la violenza, l’amore che caratterizza i protagonisti. Anche perché sono tutte emozioni, sentimenti che ho sempre sentito, conosciuto e che accompagnano tutt’ora anche la mia vita. Quello che mi sono chiesto è: ‘Chi siamo noi che ci definiamo sani di mente?’, ‘Dove sta la nostra violenza e come la controlliamo, attraverso l’evoluzione?’ Ma pagheremo anche noi prima o poi per i nostri atti?!”. Continua DiCaprio: “La violenza scaturisce sempre da un dolore atroce che a volte riflettiamo sugli altri, a volte su noi stessi. E i film di Martin ruotano sempre intorno a questo tema: la violenza e il riscatto dalla violenza”. Leonardo DiCaprio sulla sua interpretazione c’è giustamente un’unanimità di consensi per intensità e bravura. Come si prepara? “Per quanto riguarda Teddy Daniels - afferma l’attore - devo dire che mi sono documentato molto sulle malattie psicologiche prima di iniziare le riprese anche se, già il romanzo di Lehane, dava tutte le informazioni necessarie. E’ un ruolo con una sua duplicità e io e Martin abbiamo voluto sperimentare come spingere questa dualità agli estremi. Teddy, allo stesso tempo, è anche un uomo che ha già in testa un suo programma, sa cosa vuole. Quello che amo di lui è l’avermi fatto riflettere una volta di più sulla tragedia umana, sulla perdita e sul dolore che ne scaturisce. Mi sono chiesto che capacità ha l’essere umano di riuscire a superare tutto questo dolore? Tenete conto che il film è ambientato nel 1952 e ovviamente la medicina, la psichiatria era molto divisa tra metodi barbarici e nuovi approcci moderni che tendevano seriamente a curare chi soffriva di patologie psichiche gravi”.
Quando è su un set come si sente, sempre all’altezza o ha paura di non farcela…  “All’inizio delle riprese - afferma DiCaprio - sono sempre estremamente nervoso, poi dipende chi è il regista, con uno come Martin l’ansia passa alla svelta. Anche se io non sarò mai una persona che si sente arrivata o realizzata. Faccio cinema da quando ho 15 anni, ho visto migliaia di pellicole, mi documento, studio, ce le metto sempre veramente tutta in ogni ruolo che faccio. Ma questo non è garanzia di un buon risultato. Mi attirano i personaggi complicati, incasinati, oscuri, dark… non so bene il perché ma questi uomini sofferti mi affascinano molto. Non per niente tra i miei attori preferiti ci sono da sempre James Dean, Montgomery Cliff e Robert De Niro”. Domanda per entrambi siete arrivati alla quarta collaborazione insieme come si è evoluto il vostro rapporto? Martin Scorsese: “C’è una fiducia ancora maggiore. In realtà c’è sempre stata ma a partire da The Aviator e The Departed ho capito che con Leonardo potevamo toccare insieme livelli molto profondi. Shutter Island ne è un esempio è un vero calvario questo ruolo per un attore, non so in quanti sarebbero stati in grado di interpretarlo con la bravura, la profondità, l’energia, il dolore che ci ha messo Leo. Vederlo lavorare è un’esperienza incredibile perché è un ragazzo, dovrei dire un uomo, che incanala tutta la sua energia vitale per la parte. Non si stanca mai, non si lamenta mai, va sempre avanti e ottiene sempre di più”. Leonardo DiCaprio: “Bè a parte l’ovvio onore che è per me ogni volta lavorare con Martin Scorsese devo dire che la sua dote più grande è che ha la capacità di dimostrarti che ha una profonda fiducia in te, lui si fida degli attori. E questo vi assicuro è un dono senza eguali per un interprete, un dono che pochi registi hanno e pochi capiscono che sta lì, in quella fiducia, anche buona parte della riuscita del lavoro. E’ un aspetto fondamentale”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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