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Senza Confini

15/09/2008

Intervista a Julie Taymor

“Quella ragazzina che apre la porta ad un certo punto del film? Sono io.” Così Julie Taymor racconta il proprio coinvolgimento emotivo in Across the Universe musical basato sull’utilizzo di trentatré canzoni dal catalogo dei Beatles. “Mio fratello e mia sorella erano più grandi di me. Quello che si vede nel film è parte di quello che ho vissuto da piccola: gli anni Sessanta un’era di trasformazioni e grandi cambiamenti. Sono sempre stata un’osservatrice dei fuochi d’artificio che esplodevano regolarmente a casa mia a tavola la sera. E, così, facendo questo film ho voluto restituire parte dell’atmosfera di quegli anni. In questo film ho voluto immettere il ‘dolore’ che si viveva sia tra i genitori che tra i figli.” Spiega la regista che aggiunge: “Il concetto alla base di questo musical è che fossero esclusivamente le parole delle canzoni dei Beatles a raccontare la storia. Sono il libretto, le 'arie', le emozioni di tutti i personaggi. Avevamo la possibilità di scegliere le canzoni del nostro film da un catalogo di oltre duecento brani composti dai Beatles." Aggiunge la regista "Le trentatré che abbiamo selezionato erano quelle che ritenevamo incarnassero meglio la storia di una generazione e di un'epoca. Noi abbiamo voluto reinterpretare lo spirito di un'era come quella degli anni Sessanta che è stata ed è ancora particolarmente importante per tutti quanti noi."


Tutto è partito dai Beatles, quindi?
No, affatto. Tutto è partito dalla musica e dal periodo. Abbiamo cercato di capire quale fosse il periodo migliore per una storia come la immaginavamo all’inizio. Il tempo migliore erano gli anni Sessanta e – a quel punto – su tutti c’erano i Beatles.
Un’Era…
Compressa, però, in due ore di film che vanno dal 1963 e arrivano al 1969. Abbiamo seguito l’evoluzione della musica e dei personaggi. Sarebbe, infatti, stato insensato mettere un brano come Revolution all’inizio del film. Per Across the Universe abbiamo seguito il trascorrere del tempo. Si può dire che abbiamo seguito l’evoluzione dei Beatles stessi e la loro presa di coscienza rispetto a determinate problematiche dall’esplorazione della mente fino all’amore libero.
Come ha coinvolto Bono?
Tramite The Edge con cui sto lavorando ad un adattamento di Spiderman come musical di Broadway. Lo trovo un attore straordinario: ha sicuramente un talento che gli permetterebbe di interpretare qualsiasi parte. Mi piacerebbe fare un film con lui, perché è un grande imitatore e ha una vena comica straordinaria.Originariamente doveva incidere solo I am the Walrus, ma, poiché mancava Lucy in the Sky with diamonds, alla fine, gli abbiamo chiesto di cantare anche quella per i titoli di coda.


Paul McCartney ha visto il film?
Sì, era al mio fianco per tutto il tempo e ha commentato ogni scena...
Non è odioso andare al cinema e sentire qualcuno che ti parla nell'orecchio?
Sì, ma lei avrebbe dato un pugno in testa a Paul McCartney? Scherzi a parte è rimasto molto impressionato da tutte le performances degli attori e ha apprezzato in particolare Let it be. McCartney ama il senso di teatralità e questo film ha fatto appello a questa sua passione. In più i Beatles hanno sempre dichiarato di avere attinto a piene mani dalla tradizione Gospel. Così più eravamo lontani dall’arrangiamento originale, meglio era per tutti. Del resto non avrebbe avuto alcun senso utilizzare le canzoni originale con degli attori che andavano in sincrono con le canzoni cantate da John Lennon.


Lei ha visto The U.S. vs John Lennon?
E’ un documentario che ho amato molto.
Crede di avere esplicitato sullo schermo lo stesso senso di insolenza e di anarchia delle canzoni dei Beatles dell’ultimo periodo?
La gente spesso crede che i Beatles non fossero politici. In realtà lo erano. E molto. In un certo senso credo che Revolution sia la canzone più rappresentativa in questo senso: quando dice ‘Tutti vogliamo cambiare il mondo, ma se parlate di distruzione potete fare a meno di me’ (‘We all want to change the world / but if you’re talking about destruction, you can count me out’). Nel film questo momento diventa un po’ come l’incarnazione del rapporto tra Bob Dylan e Joan Baez: lui non voleva essere apertamente politico. Lei sì. In questo senso anche l’ambientazione a Liverpool ha acquistato un senso molto particolare.
Un senso ‘politico’…
Sì, avevamo molte più scene di ispirazione politica, ma – alla fine – ho preferito tagliarle per evitare che il pubblico americano rifiutasse quello che vede. Preferisco che sia la musica a portare un messaggio di ispirazione politica, perché è più sovversiva. Mi piace pensare che la gente apprezzi l’aspetto visivo, mentre il messaggio si insinua nelle loro coscienze.


Il film arriva in un momento in cui la gioventù americana sembra rifiutare la politica…
Perché non c’è la leva obbligatoria che non sanno nemmeno cos’è. Lo ha detto bene Evan Rachel Wood quando ha spiegato che, oggi, tra i giovani è di moda essere stupidi, mentre, una volta, era ‘figo’ essere informati ed impegnati.
Across the Universe, alla fine, cosa comunica?
Che c’è ancora un messaggio di speranza e che – dopo un viaggio interiore come quello dei protagonisti – si può essere ‘across the universe’ ovvero superare tutte le barriere e vivere una vita senza confini precostituiti. Forse sono un po’ romantica, ma – come diceva Nietzsche – ‘la gioia è più profonda del dolore, perché cerca l’eternità.’ Credo che alla fine si possa cantare All you need is love, ma soltanto alla fine della pellicola e del viaggio dei personaggi.

Scritto da ADMIN
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