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Se sei così ti dico sì. Un corpo tra la folla

Attualità, Recensioni

14/04/2011

Se sei così, ti dico sì è una vera sorpresa: una pellicola che conferma il grande talento del regista di Volevo solo dormirle addosso e Uno su Due Eugenio Cappuccio prodotto, questa volta, dai fratelli Antonio & Pupi Avati.

Un viaggio nel mondo dell’entertainment, un backstage compassionevole della nostra epoca dominata dalla cosiddetta  “Celebrity Culture” in cui Cappuccio guarda al nostro mondo attraverso due personaggi che non hanno nulla in comune tra loro e che, per uno scherzo del caso, si trovano uniti da un insolito destino, pur mantenendo una certa distanza e una notevole differenza.

Piero Cicala interpretato da un Emilio Solfrizzi la cui interpretazione di un uomo impenetrabile conquista immediatamente lo spettatore per la sua originalità e intelligenza, si trova ad avere a che fare con una megastar argentina portata sullo schermo da una splendida Bélen Rodriguez di cui possiamo ammirare full frontal la bellezza.  Lui ha avuto un grande hit di successo negli anni Ottanta e da allora ha composto tante canzoni che nessuno ha voluto ascoltare, lei è la diva del momento, sulla bocca e nel cuore di tutti. Il loro incontro fortuito diventa l’occasione per un viaggio insieme, alla volta di una reciproca scoperta in cui la dimensione esistenziale di entrambi è figlia di un karma comune che porterà Cicala a risvegliarsi da quel torpore che da troppo tempo si era impadronito di lui.

Elegante, divertente, ma anche estremamente equilibrato e curato nel suo sviluppo, Se sei così, ti dico sì è una commedia che affonda le radici nella realtà di oggi e nell’ossessione per il pettegolezzo e il divismo. Una riflessione sul tema del successo di cui, mentre Solfrizzi mostra allo spettatore un lato drammatico e doloroso, ovvero cosa si diventa quando questa notorietà ti viene improvvisamente sottratta, Bélen Rodriguez incarna il momento della cresta dell’onda, quando non si può andare più in alto e il cui unico rischio è quello di cadere.

Due solitudini al Nadir e allo Zenit della notorietà, mostrate con ironia e precisione che Cappuccio racconta seguendo il solco di tanto cinema legato all’entertainment: da Un volto nella folla di Elia Kazan a Piombo Rovente con Tony Curtis fino ad arrivare in anni più recenti a film come Notting Hill dove la storia del principe azzurro viene rovesciata e una diva può davvero innamorarsi di un uomo normale senza troppe remore.

Pur restando fortemente legato alla tradizione cinematografica italiana, pur descrivendo un amore e una relazione impossibili e facendo del rapporto tra i due una sorta di sublimazione di quella stessa intimità che potrebbe, per assurdo, essere figlia di un fortuito incontro in ascensore, Se sei così, ti dico sì rappresenta la prima riflessione interessante sul mondo dello spettacolo in Italia, figlia più del cinema d’autore internazionale che della commedia all’italiana. Un film che, per certi versi, ricorda le suggestioni di alcuni lavori di Carlo Verdone come C’era un cinese in coma in cui l’eco del mondo circostante si riverbera in un cinema fatto di personaggi inquietanti e di situazioni spietate raccontate con il sorriso e con i piedi ben piantati per terra.

Se Boris ha simpaticamente graffiato una superficie di cui prendere in giro le forme, i vizi e i vezzi di un universo senza vera sostanza, questa pellicola di Eugenio Cappuccio va al cuore di un mondo vuoto dove ‘i soldi contano più del sesso’ e in cui, in ogni momento, gli altri puntano a vedere ‘cadere’ la diva dal suo piedistallo.

In questo senso, alla sua seconda prova di attrice per il grande schermo, e alla prima in un ruolo ‘scritto’, Bèlen Rodriguez sorprende non solo per la sua bellezza, ma – una volta tanto – per riuscire ad esprimere sentimenti attraverso sguardi e silenzi in grado di spiegare e raccontare meglio di tante inutili parole.

L’andamento e il finale del film sono gli unici possibili: dialoghi rarefatti e frasi non sempre sensate, ma di grande peso servono per spiegare al pubblico la paura di invecchiare, di restare soli, di ascoltare il lento, ma inesorabile allontanarsi delle folle acclamanti il proprio nome.

Intorno a questo nucleo narrativo, Cappuccio costruisce una storia densa di momenti che possono ricordare perfino situazioni alla Billy Wilder o alla Frank Capra in cui una certa casualità determina un confronto tra due persone diversissime tra loro e unite da un singolare talento per la sopravvivenza.

Cosa unisce i due protagonisti se non l’amore, il successo, la fama, il denaro? La risposta la darà ogni singolo spettatore, ma è probabile che, in un contesto più generale, sia una similitudine in cui un certo istinto di sopravvivenza diventa l’unica barriera contro una quieta disperazione di carattere esistenziale e, perfino, contro la noia di ciò che ci circonda.

Scritto da Marco Spagnoli
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