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Se le stelle non stanno a guardare

Attualità, Recensioni

21/10/2011

Melancholia di Lars Von Trier

E’ la bellezza di Kirsten Dunst a costituire una sorta di filo conduttore dei due tempi che costituiscono Melancholia il film di Lars Von Trier più interessante e, in un certo visionario, in cui l’eredità del Dogma si fonde con una grande maturità e consapevolezza nella creazione di un mood emotivo unico ed originale.

Il film si apre con il preludio di Tristano e Isotta di Richard Wagner, una musica che sin da subito conduce lo spettatore in un’atmosfera sognata da ‘fine dei tempi’ dove in una grande villa sul mare si celebra un matrimonio. Quelle che sembrano delle schermaglie famigliari con momenti particolarmente imbarazzanti, pian piano, rivelano l’angoscia della sposa, una pubblicitaria che in pochissime ore riesce a distruggere, inspiegabilmente, la sua vita e qualsiasi prospettiva di futuro.

Ma non si tratta di una semplice ansia di distruzione, bensì qualcosa di più complesso: una sorta di ‘male nero’ che emerge dall’anima della donna, contemporaneamente a delle mutazioni nei cieli. Il presagio di qualcosa che sta per accadere e la consapevolezza di avere delle facoltà che non riesce a comunicare agli altri.

Nella seconda parte del film, Von Trier esplora il rapporto tra la giovane donna e sua sorella interpretata da Charlotte Gainsbourgh nella stessa grande villa dove vivono con il marito portato sullo schermo da un sempre convincente Kiefer Sutherland e il loro bambino. Il loro rapporto messo alla prova dal tempo, incontra la sua sfida più grande quando, accanto alla Terra sta per passare il pianeta Melancholia che era sempre stato nascosto dal Sole.

E’ evidente che sin dal nome del corpo celeste, Melancholia è un film carico di metafore e di simboli interessanti in grado di sorprendere il pubblico e di avvolgerlo in un lungo preludio, proprio come quello wagneriano, ad un possibile impatto tra la Terra, ovvero la nostra vita, e l’ignoto, un pianeta misterioso e apparentemente benigno in grado, però, di ucciderci.

Visivamente travolgente, Melancholia è una danza di angoscia e di grazia, di inquietudine e serenità, un film che chiede di condurre per mano lo spettatore per spiazzarlo continuamente mostrandogli l’allegoria di un’esistenza dominata dal carisma dei suoi protagonisti e, soprattutto, dalla prepotente bellezza di Kirsten Dunst premiata a Cannes con la Palma d’oro per la migliore attrice.

Se il cinema di Lars Von Trier, spesso, ha avuto dei momenti in cui respingeva lo spettatore, Melancholia, invece, è all’opposto, perché sin dalle prime sequenze, è come se invitasse il pubblico a seguire l’azione, offrendogli di essere un testimone muto di una possibile fine del nostro mondo così come lo conosciamo.

Una pellicola importante in cui l’autore Von Trier dirige al meglio un cast variegato ed interesante di cui fanno parte, tra gli altri, in ruoli diversi Charlotte Rampling, John Hurt, Stellan Skarsgaard e suo figlio Aleksander, nonché Udo Kier e quel Jesper Christensen visto recentemente ne Il Debito.

Utilizzando suggestioni degne del migliore cinema di fantascienza, illuminato da una fotografia meravigliosa, Lars Von Trier firma la sua opera più matura e rarefatta, in cui ogni elemento riesce a comunicare allo spettatore le angosce personali dei protagonisti e il loro essere sotto l’influsso di un pianeta misterioso che sembra potere controllare le loro vite fino a schiacciarle oppure a restituire loro la felicità.

Un progressivo viaggio nella depressione, riletta in chiave meravigliosamente semplice e perfino seducente.

Scritto da Marco Spagnoli
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