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Saverio Costanzo

Interviste

28/12/2004
Prove di pace: in 'private'

Intervista a Saverio Costanzo, regista di Private

Il modo più semplice di raccontare un conflitto, di restituirne la sostanza elementare e profonda è mettere persone diverse nella stessa casa. Questo principio porta al Grande Fratello, ma anche a film come Private (dal 14 gennaio al cinema) che, tra l'altro, si ispira a un fatto vero. Un po' come accadde qualche anno fa con No Man's Land, dopo aver visto il film di Saverio Costanzo il nostro sguardo sul già noto, sulle notizie che apprendiamo ogni giorno da Tv e giornali, cambia. Perché Private apre la porta alla comprensione, parlando appunto un linguaggio privato, ma universale. E' la storia di una convivenza forzata tra militari israeliani e una famiglia palestinese. Una famiglia che vive in una casa a metà strada tra gli insediamenti israeliani e un villaggio arabo. Sono piuttosto agiati e colti, Mohammad, il padre, è insegnante, grande appassionato di letteratura inglese. Dopo uno scontro a fuoco, l'esercito occupa, per ragioni di sicurezza, il secondo piano dell'abitazione e chiede alla famiglia di lasciare la casa. Mohammad si rifiuta, non vuole andare via, la casa è il confine della sua dignità, perderla significa consegnare per sempre sé e la sua famiglia all'odio per gli israeliani. Una storia vera, dal 1992 questa famiglia palestinese vive 'in condominio', con i militari israeliani sul tetto. E non se ne va. E non è l'unica vicenda del genere accaduta in Palestina. Una storia esemplare di pacifismo attivo: "quest'uomo - racconta Costanzo- non è un pacifista di quelli che appendono la bandiera della pace, ma uno che accetta il rischio di perdere la propria vita per la pace".
Nel suo film ci sono attori israeliani e attori palestinesi, per la prima volta insieme dall'inizio della seconda Intifada. Girato a Riace, in Calabria, dunque lontano dal territorio vero del conflitto. Perché forse l'unico modo di girare un film del genere era che lo si facesse altrove e che lo girasse uno straniero. Ho letto che ci sono state comunque tensioni sul set, che in certi momenti non è stato facile. E' vero?
"Sì è vero, ci sono state tensioni, come è normale che vi fossero. All'inizio erano divisi: palestinesi da una parte, israeliani dall'altra. A metà produzione si parlavano e alla fine si sono di nuovo allontanati. Alcune scene erano particolarmente difficili per loro, quando abbiamo girato la prima irruzione c'è stato un battibecco piuttosto pesante. Girare in un luogo neutrale, lontano ha fatto anche in modo che ognuno di loro ponesse una distanza, dunque si confrontasse con il ricordo dell'esperienza personale, spesso dolorosa, lasciata a casa. E noi, dall'altra parte, siamo stati spettatori di questo flusso… ".
Come si spiega la dinamica di separazione iniziale, avvicinamento a metà produzione e infine di nuovo separazione?
"Semplicemente con il fatto che queste persone stavano insieme per uno scopo che era il film e ciò che il film significava. Il che non significa diventare automaticamente amici, andare per forza a cena insieme. Per portare a termine uno scopo non è necessario amarsi. E' stata una bella lezione per noi, anche in tema di costruzione quotidiana, reale della pace".
Come ha trovato la storia?
"Sono stato a Gaza per tre mesi. Mi sono messo alla ricerca di quei fatti 'invisibili' che raccontano un'altra cronaca, quella che non passa attraverso i canali d'informazione. Perché, come dice Lars von Trier, è necessario tantissimo bene per fare un poco di bene e invece basta pochissimo male per fare tanto male. Dunque una bomba rimbalza su tutte le Tv, mentre l'occupazione della casa di questo professore, la sua battaglia, è uno di quei fatti che purtroppo non fa notizia".
Lei ha conosciuto la persona vera. Quanto c'è della persona vera nel personaggio del film?
"Molto. Ho incontrato quest'uomo che gira in dolcevita, con le giacche spigate. Cita Shakespeare. E' colto, è un pacifista vero. Nel senso che vive una fortissima contraddizione interiore, è disposto a pagare un prezzo altissimo per difendere le sue idee. Un personaggio e una persona che suscita un'ammirazione sconfinata".
Uno degli aspetti più interessanti del film è l'atteggiamento dei militari israeliani, la consapevolezza di alcuni della missione e la totale inconsapevolezza di altri...
"Anche in questo caso ho appreso sul posto tante storie di ragazzi che a diciotto anni hanno sparato, magari nel buio, non sanno nemmeno se hanno ucciso o meno qualcuno. All'epoca non avevano nemmeno chiaro il perché dovessero farlo. Raccontano la loro storia travolti dal dolore e dal senso di colpa. Ma la colpa è loro che a diciotto anni sono chiamati a sparare nel buio o dello Stato che ce li ha mandati?".
Per la prima volta la parola occupazione è stata messa in bocca a un attore israeliano. Questi attori sono molto celebri in patria. E' un rischio grosso quello che si sono assunti, o no?
"Enorme. Essendo figure pubbliche, appunto attori molto conosciuti e popolari, hanno sentito come necessario prestarsi a questo lavoro. Per dare la chiara testimonianza che esiste una coscienza critica in Israele".
Nel film c'è un personaggio "granitico" e carismatico che è il padre. Ma anche anche tutte le altre figure e su entrambi i fronti sono molto importanti, come siete riusciti a creare questo equilibrio?
Non ho fatto altro che raccontare le tante e possibili reazioni all'occupazione. C'è quella del padre, la cosidetta terza via: né violenza, né rassegnazione passiva. C'è quella madre che è un po' tutti noi, la sua è una reazione molto umana. Stima il marito, sa che ha ragione, ma al tempo stesso teme per i propri figli e sostiene: 'è solo una casa, andiamocene', e però non se ne va. C'è il figlio adolescente che vorrebbe andare a stare dagli amici, ma anche lui resta. C'è la figlia grande che segue  l'esempio paterno e cerca il confronto, cerca di conoscere l'altro e insegna questo al fratellino. C'è anche il fratello grande che potrebbe intraprendere la strada della violenza. Ci sono appunto i soldati israeliani convinti. E quelli che sono lì perché qualcuno ce li ha mandati e non capiscono fino in fondo il senso delle loro azioni. E poi c'è la paura, che come dice uno dei personaggi, provano tutti. Hanno tutti paura, occupanti e occupati".
Come mai tutti ci provano ma alla fine non se va nessuno?
"E' come se la battaglia del padre, il suo rigore morale li bloccasse sulla soglia. Qualcuno mi ha detto che il film somiglia all'Angelo sterminatore di Bunuel. Certo quello è un capolavoro, certo. Ma questa impossibilità di varcare la soglia è simile".   
Scritto da ADMIN
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