Prove di pace: in 'private'
Intervista a Saverio Costanzo, regista di Private
Il modo più semplice di raccontare un conflitto, di restituirne la sostanza elementare e profonda è mettere persone diverse nella stessa casa. Questo principio porta al Grande Fratello, ma anche a film come Private (dal 14 gennaio al cinema) che, tra l'altro, si ispira a un fatto vero. Un po' come accadde qualche anno fa con No Man's Land, dopo aver visto il film di Saverio Costanzo il nostro sguardo sul già noto, sulle notizie che apprendiamo ogni giorno da Tv e giornali, cambia. Perché Private apre la porta alla comprensione, parlando appunto un linguaggio privato, ma universale. E' la storia di una convivenza forzata tra militari israeliani e una famiglia palestinese. Una famiglia che vive in una casa a metà strada tra gli insediamenti israeliani e un villaggio arabo. Sono piuttosto agiati e colti, Mohammad, il padre, è insegnante, grande appassionato di letteratura inglese. Dopo uno scontro a fuoco, l'esercito occupa, per ragioni di sicurezza, il secondo piano dell'abitazione e chiede alla famiglia di lasciare la casa. Mohammad si rifiuta, non vuole andare via, la casa è il confine della sua dignità, perderla significa consegnare per sempre sé e la sua famiglia all'odio per gli israeliani. Una storia vera, dal 1992 questa famiglia palestinese vive 'in condominio', con i militari israeliani sul tetto. E non se ne va. E non è l'unica vicenda del genere accaduta in Palestina. Una storia esemplare di pacifismo attivo: "quest'uomo - racconta Costanzo- non è un pacifista di quelli che appendono la bandiera della pace, ma uno che accetta il rischio di perdere la propria vita per la pace".




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