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RoboCop: il (fortunato) ritorno di una leggenda

Recensioni

06/02/2014

Ventisei anni dopo il primo film diretto da Paul Verhoven, ci voleva un altro regista non americano per rendere pienamente onore alle potenzialità della saga di Robocop e a fare di questo racconto di fantascienza un altro specchio deformato, ma valido del nostro presente. 

Il film che racconta la storia di un poliziotto morto o quasi in servizio che viene inserito in una macchina per creare un ibrido uomo - macchina in grado di controllare la città come mai prima nessun altro, è in realtà, un inquietante apologo sui nostri tempi bui e sulla possibilità che hanno le Corporation di 'appaltare' la nostra sicurezza e a quale prezzo.

Se l'originale aveva meno domande metafisiche e la parte scientifica era ridotta al minimo, qui abbiamo uno scienziato interpretato da un carismatico e ironico Gary Oldman che si comporta nei confronti della sua creatura, come una sorta di "Viktor Von Frankenstein buono", capace di restare sorpreso dalla sua stessa scoperta.

Un rapporto e un legame enfatizzati rispetto all'originale dove erano pressoché assenti, con un maggiore approfondimento dell'elemento umano e del legame amoroso tra il poliziotto Alex Murphy e sua moglie interpretata dalla sempre splendida Abbie Cornish.

Un film interessante e originale, che nonostante alcune lungaggini (come i tre interventi di Samuel L. Jackson buffo predicatore della destra televisiva) oltre a tenere alta la bandiera della franchise originale, diverte proprio per avere mantenuto il suo approccio politico che lo rendeva così particolare e diverso dai vari film sulla vita artificiale.

Oltre a ritrovare Michael Keaton nei panni del lungimirante e avido patròn della Corporation che costruisce poliziotti meccanici (i primi li vediamo operare nelle strade di Teheran...) il film propone un interessante cast come l'icona di Orgoglio e Pregiudizio Jennifer Ehle e il tanto apprezzato in Watchmen Jackie Earle Haley

Interessante anche l'interpretazione dell'attore di The Killing, Joel Kinnaman che mantiene salda una profonda umanità, nonostante le inevitabili ridigità connesse al personaggio.

Complessivamente una bella e divertente sorpresa e senza dubbio uno dei reboot più riusciti di fortunate franchise cinematografiche del passato, grazie al mantenimento e alla preservazione dell'elemento politico insito nella trama. 

Scritto da Marco Spagnoli
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