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Rabbit Hole non c’è via di scampo dalla cosa più spaventosa del mondo. Perdere un figlio.

Attualità, Interviste

22/10/2010

Rabbit Hole narra di una coppia e della perdita del loro unico figlio. Un film prodotto e interpretato da Nicole Kidmangrande assente al Festival – che ha inserito il film in concorso. Diretto da John Cameron Mitchell quello di Hedwig e Shortbus, la pellicola è tratta dall’omonima piéce teatrale per cui il drammaturgo americano David Londsay-Abaire si è aggiudicato il Premio Pulitzer nel 2007, Rabbit Hole è dato per certo nella decina degli Oscar 2011.

Una vicenda che è la voragine che si apre nella vita tranquilla di una coppia quando perde il figlio di quattro anni in un incidente stradale. All’improvviso moglie e marito precipitano giù per quella ‘tana del coniglio’ (rabbit hole, appunto) che rappresenta il viaggio in un mondo nuovo, misterioso e insondato pieno di dolore. Becca (Kidman) e suo marito Howie (Aaron Eckhart) cercano di colmare l’abisso lasciato dalla perdita di Danny (Phoenix List), ma il loro equilibrio è sconvolto e ritrovarlo sarà impossibile. A dividerli sarà proprio il loro diverso modo di rielaborare il lutto: mentre Howie infatti deciderà di vivere solo con i ricordi di Danny, Becca li rifiuterà drasticamente, cancellandoli. La risalita inizierà solo quando la donna si aprirà all’amicizia con Jason (Miles Teller), il ragazzo che il giorno dell’incidente era al volante della macchina che ha ucciso il piccolo Danny.

Per il film è venuto a Roma il sensibile e intelligente attore Aaron Eckhart, visibilmente coinvolto dalla partecipazione a questo film davvero drammatico.

Mister Eckhart come è entrato in questo progetto? “Mi ha chiamato Nicole Kidman  - ci dice Eckhart – e come potete immaginare non si dice di no ad una donna come lei”.

Il regista John Cameron Mitchell viene da film completamente diversi. Il musical Hedwig e l’interessante e politicamente coinvolgente – a proposito delle tematiche omosessuali e sull’Aids – Shortbus. Cosa avete pensato quando avete saputo che avrebbe diretto lui questo film così – apparentemente – lontano dai suoi precedenti? “E’ vero - afferma Eckhart – che è solo ‘apparentemente’ lontano da John. Perché è un uomo che ha una sensibilità incredibile e quindi è rimasto folgorato dalla sceneggiatura. Lui viene, come avete esattamente detto, dalla commedia o da film a tematica omosessuale, il fatto è che a lui è morto un fratello quando era un bambino... Non so dirvi se per questo o altri motivi ma si è dimostrato il regista perfetto. Sempre in sintonia con me e Nicole. Abbiamo vissuto insieme tutti nella stessa casa a Long Island, in un ambiente molto intimo, per parecchie settimane e questo ha aiutato molto il film. L'argomento è molto delicato ci sono stati momenti in cui piangevamo tutti durante le riprese”.

Anche in psicanalisi la morte di un figlio è vista, a volte, come un punto di non ritorno. Un dolore che non si supererà mai. Come è entrato nella parte di questo padre al quale accade questa tragedia? “Come attore sarebbe impossibile – continua Eckhart - convincerti che tu provi lo stesso dolore di un padre che ha perso un figlio. Ho partecipato a dei gruppi che parlano della elaborazione del lutto, sotto mentite spoglie, non è stato molto etico tanto che sono andato solo due volte, poi non mi sono più presentato. Perché questo, come è stato effettivamente provato, è un dolore che dura tutta la vita e devi avere il massimo rispetto per chi è colpito da tale dramma. Anche su Internet ci sono dei blog dove le persone parlano delle loro perdite, perché con gli sconosciuti è più 'facile' parlarne che con amici e parenti quando pensi che non ne possano più di sentirti parlare delle tue pene e del tuo dolore infinito. Ci sono molti videoblog e questo mi ha aiutato a capire o cercare di capire che cosa possono avere provato quei genitori ai quali è venuto a mancare un figlio”.

Lei più di una volta ha affermato che per essere un buon attore occorre sempre stupire, la pensa ancora così... “Assolutamente sì – afferma Eckhart – anche se è sempre più difficile perché oggi tutti sanno tutto di tutti e quindi non è facile tenere dei ‘segreti’ che servano a sviluppare l’immaginazione del tuo pubblico. Però quello rimane il mio obiettivo. Io sento molto chiaramente che quanto più parlo di me, durante le interviste o in altre occasioni, e più perdo la possibilità di sorprendervi. Lo so che fa parte del mestiere dell’attore quello di promuovere se stesso e il suo lavoro ma penso fermamente che ogni volta che questo avviene il nostro mestiere perda del fascino. Rabbit Hole, per esempio, non è un film di Nicole Kidman o di Aaron Eckhart, ma di due persone che subiscono una perdita e di cosa li aspetta nella vita dopo quello che gli avvenuto. Io ammiro gli attori che fanno tutto, che si buttano, si lanciano che accettano le sfide. Questo deve fare un attore. Per esempio quando ho girato Il Cavaliere Oscuro sono rimasto sconvolto da Heath Ledger, perché si è assolutamente messo a disposizione di Nolan e del personaggio. Lui è la rappresentazione di quello che io intendo per attore”.

Non trova che parlare della perdita di un figlio su Internet, nei blog di cui accennava prima, abbia qualcosa di insano? “In un certo senso sono d'accordo che Internet sia un po' disumano e che le persone vere abbiano un valore inestimabile. Allo stesso tempo penso che i social network permettano di esprimersi senza inibizioni, senza essere giudicati. Siamo più fedeli a noi stessi con quelle forme di interazione che magari con i nostri genitori, o i nostri amici, lo so che può lasciare senza parole, ma succede. Io ho 42 anni, non sono vecchio e nemmeno giovane, e penso che questa cosa – l’interazione virtuale - mi stia passando accanto e non la voglio perdere, la voglio capire. Rabbit Hole è importante perché esprime amore, in qualsiasi forma un essere umano sia in grado di farlo”.

Lei è un attore che ha lavorato spessissimo con belle donne. E’ un caso o una scelta? “Adoro lavorare con donne belle e di talento e dato che mi succede spesso mi sento molto fortunato. Mi aprono una sfida perché devo rimanere sempre alla loro all'altezza dato che quello che vogliono è che il pubblico le consideri delle attrici di prima classe. Sicuramente lavorare con Nicole Kidman e Dianne Wiest ha facilitato la mia interpretazione. La persona che sta seduta di fronte a te e recita con te è essenziale per la tua visione di quello che stai facendo. Se reciti con una pietra, o con il green screen non è la stessa cosa, non c'è energia, mentre con la gente diventa tutto diverso. E’ così importante che gli attori si aiutino, si vogliano bene, abbiano alchimia se no non funziona nulla e voi, spettatori, ve ne accorgerete subito”.

Rabbit Hole uscirà prossimamente nei cinema italiani distribuito dalla VIDEA-CDE.

 

Scritto da Nicoletta Gemmi
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