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Quelle strane occasioni mancate

Attualità, Interviste

22/05/2013

Intervista a Toni Servillo

(Cannes) “Si dice che La dolce vita dovesse intitolarsi originariamente ‘La grande confusione’, mentre, invece, qualcuno, alla fine, ha suggerito il titolo che tutti conosciamo. Ovviamente nella ‘confusione’ di quegli anni non c’è un’accezione negativa, bensì una sorta di entusiasmo verso il futuro. Un qualcosa che manca totalmente all’Italia di oggi e alla nostra storia dove il protagonista spreca il suo talento in attesa di non si sa bene cosa.” Toni Servillo spiega così la grande differenza tra il capolavoro di Federico Fellini e l’ultima pellicola di Paolo Sorrentino presentata in concorso a Cannes che lo vede ancora una volta protagonista. “Non c’è speranza qui, bensì una serie di chance perdute, descritte attraverso un tono profondamente malinconico. Il protagonista è un uomo che da lungo tempo vive una profonda empasse creativa, perché ha scritto un solo romanzo di successo eppoi ha smesso. Ennio Flaiano diceva di Mario Soldati che quest’ultimo era l’unico scrittore in grado di “vivere la propria autobiografia” ed è proprio quello che il mio personaggio fa dal momento in cui smette di scrivere. E’ un uomo che spiega come dietro al “niente” ci sono spesso inganni, disillusioni, slanci romantici. La sua caratteristica è quella di dissipare il proprio talento e di vivere una lunga serie di occasioni mancate.”

E’ il quarto film che lei ha interpretato per Paolo Sorrentino…

Le quattro sceneggiature che ho ricevuto da Paolo sono state per me sono state altrettanti regali: ho iniziato a fare cinema per la prima volta con Mario Martone in Morte di un matematico napoletano, ma è stato Paolo a darmi il mio primo ruolo da protagonista. Il segreto del nostro rapporto è che non ci siamo mai chiesti l’uno con l’altro perché lavoriamo insieme e abbiamo questo piacere e questa necessità. E’ un mistero che è forse meglio alimentare. Siamo accomunati da molte cose: proveniamo dalla Campania e abbiamo entrambi un’ironia e una passione che prendono le distanze da un certo modo di intendere il lavoro e che si sublimano in una comune visione del mondo e dell’esistenza. A differenza dei nostri lavori precedenti la sceneggiatura de La Grande Bellezza che presto sarà pubblicata, non si poteva leggere ‘tutta d’un fiato’. Essendo un lavoro molto denso richiedeva una forte attenzione, soprattutto perché si tratta del suo film più libero e personale.

E’ anche vero che lei è un regista di teatro in grado di offrire ottimi suggerimenti…

Sono un regista di teatro che non ha alcuna intenzione di passare dietro alla macchina da presa: mi limito con grande piacere a fare l’attore e a teatro mi sento come un interprete che dirige altri attori. Nel caso del lavoro con Paolo le mie osservazioni si limitano all’ambito che mi compete, ovvero quello della recitazione e delle scene. Mi piace ‘arrivare dopo’ e fare la mia parte. Come attore credo che il mio dovere principale sia un altro ovvero quello di seguire le indicazioni del regista facendo lavorare un po’ l’immaginazione, documentandomi, studiando…

Nel film ci sono tanti attori di teatro…

Questo perché Paolo sceglie gli attori così come un appassionato di ippica punta sul cavallo sul quale intende scommettere…Alla fine pretende un risultato commisurato alla stima che ha della persona scelta. E’ un regista che nutre grandi aspettative e fa in modo che le persone sul set diano il loro meglio.

Tra le suggestioni ci sono quelle di Scola e Fellini, ma ha mai pensato anche al mondo dei fantasmi della Roma notturna del Segno del comando?

Sinceramente no, ma del resto – da ragazzino – mi spaventavano molto gli sceneggiati in bianco e nero prodotti e trasmessi dalla Rai come Il Segno del Comando, Dottor Jekyll e Mr.Hyde con Giorgio Albertazzi o Belfagòr - il Fantasma del Louvre…

Si è ispirato a qualcuno per costruire il suo personaggio?

Sia io che Paolo abbiamo pensato a personalità del mondo della cultura e del jet set napoletano. Alla fine, però, uno scrittore e un attore operano una sorta di collage nella propria mente. Certi modelli vanno tenuti per sé ed è meglio non raccontarli perché si tratta di piccoli trucchi che fanno parte del mestiere. Trovare l’aggancio con la realtà è sempre riduttivo in questo senso. La Grande Bellezza è un film sui riti piuttosto che sulle persone: sul modo di stare insieme e di trascorrere il tempo. La ricerca della bellezza perduta è uno dei temi principali.

Lo sceneggiatore Umberto Contarello dice che è un film ‘a lieto fine’ con un protagonista che pian piano ritrova le parole…

La ricerca delle parole coincide con la necessità di dare sostanza a qualcosa che fino a quel momento era rimasto ‘inceppato’ in un mondo depauperato dalla fede. Le occasioni perdute del film possono costituire una sorta di metafora del nostro paese, ma il fatto che il protagonista inizi a ritrovarle è anche il segno dell’insperata possibilità di cambiare.

Marco Spagnoli

Scritto da Patrizia Morfù
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