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Quel pasticciaccio brutto della Sony Pictures

Attualità, Personaggi

12/12/2014

Il 24 novembre la Sony Pictures, divisione cinematografica del colosso giapponese dell’elettronica, ha subito il primo di una serie di attacchi informatici devastanti. Gli hackers sono riusciti ad entrare nel sistema informatico della major acquisendo praticamente tutti i dati amministrativi della società e delle sue affiliate (Columbia Pictures, Tri Star, SPC etc.) nonché i dati personali (47.000 Social Security Numbers),  mail, password, indirizzi, stipendi, contratti, gli elenchi delle paghe dei dipendenti, dirigenti e collaboratori, compresi i contratti milionari con le star, copiando inoltre le copie digitali originali di alcuni film che ancora devono uscire come Annie con Will Smith, Fury con Brad Pitt, Mr. Turner e Still Alice con Julianne Moore, per almeno100 terabyte di dati che verranno interamente ‘seminati’ sul web a tempo debito”, come scrive un presunto capo del fantomatico gruppo di hackers, che si firmano #Gop (Guardians of Peace) che rivendicano l’assalto informatico. Nella corrispondenza tra la Co-Presidente di Sony Pictures Amy Pascal, una delle persone più potenti di Hollywood, ed il produttore Scott Rudin (nella foto), vengono rivelate delle battute nei confronti del Presidente Obama e di alcune star come Angelina Jolieuna mocciosa viziata priva di talento". Molto peggio le battute razziste su Obama che emergono dallo scambio di mail tra i due: In procinto di incontrare il Presidente Obama in un dinner party elettorale organizzato dal Ceo di Dreamworks Animation  Jeffrey Katzenberg, Amy chiede all’amico Scott che cosa potrebbe chiedere al Presidente in "this stupid Jeffrey breakfast”: “Pensi che dovrei chiedergli se gli è piaciuto Django?”, scrive Amy “o se ha preferito ’12 Years a Slave’ o magari ‘The Butler’”, menzionando i film con protagonisti afro-americani. Non è carino, anche se è a tutti gli effetti una conversazione privata, che comunque costerà quasi sicuramente la testa della stessa Amy Pascal, che a questo punto è diventata estremamente scomoda per la Sony, visto che se molti talents le hanno pubblicamente espresso il proprio appoggio, altrettanti, soprattutto la comunità afro-americana di Hollywood, ha preso le distanze da lei, nonostante abbia diffuso un comunicato in cui si scusa per l’accaduto. La Sony accusa la Corea del Nord per l’attacco degli hacker, e chiama in causa nientemeno che l’Fbi, denunciando che pirati infomatici sarebbero stati ingaggiati dal dittatore di Pyongyang, per vendicarsi del film, che sta uscendo proprio in questi giorni, The Interview che racconta la storia  di due giornalisti (James Franco e Seth Rogen) reclutati dalla CIA per assassinare il leader nordcoreano Kim Jong Un. In effetti il regime nord coreano ha espresso in varie occasioni il suo disappunto sul film, che dipinge il dittatore di Pyonyang come un pazzo sanguinario (?!). Intanto il Giappone, dove ha sede la holding del gruppo Sony, ha dichiarato che non farà uscire il film nel proprio territorio, così come presumibilmente faranno altri Stati del sud est asiatico per evitare problemi con la Nord Corea. Il che non aiuta la Pascal ad uscire da questa difficile situazione. Ciònonostante il film ne sta beneficiando in termini di visibilità, e c’è da giurare che sarà un grande successo negli Stati Uniti. Ma l’altro elemento che gioca a sfavore della Pascal è che incredibilmente il sistema informatico della Sony non era protetto, e tutti i files sensibili erano in formato excel con le sole password dei vari uffici, quindi per gli hackers è stata una passeggiata. Insomma sembra la trama di un film di 007, e, sarà un caso. è proprio la Sony che distribuisce i film di 0007, compreso il prossimo Spectre, in tutto il mondo. Ma talvolta la realtà supera la fantasia. 

Intanto il mistero sull’attacco degli hackers rimane. Anche se molti ritengono che si tratti dell’ennesima violazione informatica, come quella di iCloud dell’anno passato che mise in piazza le foto scandalo di molti divi di Hollywood, tra cui Jennifer Lawrence, organizzata probabilmente dallo stesso gruppo di hackers e che testimonia come Hollywood, data la sua estrema vulnerabilità, sia sempre nel mirino. L'Fbi sta investigando, ma forse era meglio chiamare James Bond

Scritto da Piero Cinelli
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