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Que c’est le cinéma? A colloquio con Mathieu Amalric!

Attualità, Interviste

30/12/2010

Molti di voi probabilmente lo conoscono come attore ma Mathieu Amalric ha iniziato a lavorare nel mondo del cinema a diciassette anni dietro la macchina da presa. Ha fatto di tutto, diretto film, poi l’incontro con Arnaud Desplechin che ha visto in lui anche un attore. Attualmente è uno dei registi, attori, sceneggiatori più conosciuti e apprezzati in Francia e nel Mondo. Ha da poco finito di girare con Martin Scorsese Hugo Cabret e ad inizio anno lavorerà nuovamente con Alain Resnais in Vous n'avez encore rien vu. Lo abbiamo raggiunto al telefono nella sua casa di Parigi e abbiamo fatto una lunga e interessantissima chiacchierata con lui. In particolare per l’uscita di Tournée il suo ultimo film da regista e interprete che arriverà nei nostri cinema l’11 marzo 2011 distribuito da Nomad Film.

Monsieur Amalric prima di parlare di Tournée ci può raccontare un po’ la sua storia nel mondo del cinema. Sappiamo che ha iniziato a lavorare molto giovane, come assistente di vari registi, ci può dire che cosa le interessava del mondo del cinema, che cosa ha imparato e che cosa è per lei il cinema? Sì è vero io sono sempre stato attratto dal mondo del cinema e ho iniziato a lavorarci a diciassette anni ma, fin da allora, volevo stare dietro la macchina da presa e capire come si faceva il cinema. Come era possibile fare un film? Cosa serviva? Questi erano gli obiettivi che mi ero posto e che mi hanno portato a chiedere lavoro sui set. A quel punto ho fatto veramente le cose più diverse da assistente al montaggio, alla segreteria di redazione, di tutto... E trovo che questa sia una scuola importantissima per chiunque voglia fare cinema. Devi sapere che cosa è il cinema, soprattutto come nel mio caso, quando ho iniziato a fare io dei film da regista. E’ stato fondamentale sapere un po’ di tutto quello che serve per realizzare una storia.

Si direbbe che ha imparato molto bene la lezione dato che Tournée era al Festival di Cannes 2010 in concorso e lei ha vinto il Premio come Migliore Regia oltre ad essere considerato uno dei migliori attori in circolazione... E’ chiaro che questo Premio che mi ha dato il Festival di Cannes è un onore immenso per me. Ma un premio è un premio, occorre continuare a lavorare per imparare e diventare – si spera – sempre migliori. Un premio fa molto piacere nel momento in cui ti arriva ma poi va dimenticato. Ecco quello che è stato molto buono di questo premio è che molta gente dopo avere appreso questa notizia si è interessata a quello che ho fatto anni fa. Si sono andati a vedere i film che ho realizzato prima di Tournée e che, chiaramente, sono meno conosciuti. Per esempio io sono molto legato al vostro Paese. A Trieste ho girato Lo stadio di Wimbledon, un adattamento del romanzo di Daniele Del Giudice. Prima ancora ho girato un film, sempre come regista, con Adriana Asti da titolo Mange ta soupe del 1997.

Ci può dire che importanza ha avuto nella sua esistenza l’incontro con il Produttore Paulo Branco e quanto quest’uomo ha influenzato il personaggio che lei interpreta in Tournée ovvero il produttore televisivo Joachim Zand? Una importanza enorme nella mia vita, nel mio lavoro dato che è grazie a Paulo Branco che ho scoperto veramente che cosa è il cinema, lavorando come suo assistente... assistente della contabilità, del montaggio anche in questo caso un po’ di tutto. Ma quello che di più prezioso ho appreso da lui è vedere questo uomo che si batteva tutti i giorni, in maniera pericolosa, in maniera folle, per realizzare delle pellicole davvero difficili. Questa è una cosa che mi ha molto impressionato. Ha prodotto anche dei miei film ed è vero che Paulo è stata una risorsa, una ispirazione per il personaggio di Joachim quando ho iniziato a pensarlo e a scriverlo. La storia di un anziano produttore di televisione che se ne è andato dal suo Paese, la Francia, e che ci fa ritorno con un gruppo di donne che fanno uno spettacolo di burlesque. Tra l’altro all’inizio del progetto di Tournée io non pensavo affatto di interpretare Joachim è una decisione che è stata presa molto avanti, tempo dopo, quando la pre-produzione del film era quasi terminata. Ma la mia produttrice sapeva già che lo avrei fatto io, ero io che non lo sapevo. E sono stato molto influenzato da figure più anziane di me, come appunto Branco, insomma tutti quei produttori che si sono sempre assunti dei gran rischi. Incredibili, davvero!

Come mai il suo personaggio si chiama Zand di cognome che è in realtà quello di sua madre? Ma quando è stato deciso che avrei interpretato io Joachim ho pensato fosse una bella idea. Inizialmente il personaggio si doveva chiamare Joachim Veloso ed essere un produttore portoghese, come Branco. Solo che io non ho un’aria molto portoghese e a quel punto dovevamo cambiargli il cognome, ci ho pensato un po’ e sapevo che a mia madre avrebbe fatto piacere, poi suonava anche bene: Joachim Zand. Ecco, tutto qui, non c’è un senso nascosto in questa scelta.

Joachim è un personaggio estremamente affascinante. Un uomo molto malinconico, con una voglia di rivincita che trova una sua dimensione, un suo posto lavorando con questo gruppo di donne americane che portano in giro uno spettacolo di New Burlesque? E’ strano perché quando si lavora su un film, mettiamo in fase di scrittura, uno lavora molto sui suoi incubi, i suoi fantasmi, con tutte quelle cose e quegli aspetti che non accadono o non fai nella vita reale. Insieme a Philippe Di Folco con cui ho scritto la sceneggiatura siamo andati a cercare le zone nere, le ombre che esistono in ognuno di noi, come ad esempio il sentimento di come comportarsi nella relazione con gli altri, cosa succederà con i nostri figli, il sentimento di un uomo che sente di avere perso un po’ della sua virilità... Insomma è un uomo piuttosto acciaccato, con parecchi problemi. Tutto questo è risultato particolarmente azzeccato messo a confronto con queste donne così vitali, indipendenti, libere che però si ‘innamorano’ di lui e lo adottano in certo senso. Lo proteggono. Lo fanno diventare parte del loro mondo. In questo senso Joachim prende il coraggio di tornare nel suo Paese perché non è solo ma ha un grandissimo spettacolo e un altro mondo con sé. Quando ho rivisto il film finito sono rimasto sorpreso anche io che il mio personaggio sia uscito così malinconico, direi disperato. Me ne sono reso conto definitivamente in fase di montaggio perché le riprese sono state veramente divertenti, entusiasmanti, dato che, abbiamo fatto una vera e propria tournée. Ci siamo molto divertiti con l’équipe, le ragazze, tutti quelli che hanno lavorato al film. Eravamo sempre in giro da una città all’altra a proporre lo spettacolo, dormendo negli hotel, mangiando in giro e questo ha creato un clima veramente caldo, familiare. Anche mentre scrivevo la sceneggiatura non mi sembrava un personaggio che avrebbe suscitato sentimenti profondi come una empatia per una reale disperazione, invece, è venuto in questo modo. E lo amo moltissimo questo personaggio.

Inoltre nel film c’è un altro tema fondamentale, l’incontro fra due mondi, due continenti diversi: la Francia e l’America. Due visioni della vita differenti ma che attraverso questa differenza noi riusciamo a capire meglio chi è Joachim e chi sono queste artiste... Questo è un aspetto sul quale abbiamo sempre voluto lavorare a fondo fin dall’inizio. L’incontro tra la Francia e gli Usa, due continenti, due stili di vita differenti. Due continenti e i loro fantasmi, sì, è così. Direi che da questa unione esce un melange di fantasmi, europei e americani. Le paure, i nostri scheletri nell’armadio, tutto quello che ci portiamo addosso e non diciamo... espresso attraverso il Paese dal quale ogni personaggio viene, dato che ognuno ha i suoi e non sono sempre gli stessi. La partenza del film è stata la lettura di questo libro che Colette scrisse circa la sua esperienza nei music hall nei primi anni ’20 (titolo: L'altra faccia del Music Hall). Questa partenza è stata fondamentale perché quando uno è in tournée, di qualsiasi tipo, non vede nulla del Paese che sta attraversando. Non c’è il tempo quindi vedi le stazioni, le camere di hotel, i sipari dei teatri e poi si riparte la mattina dopo... E quello che ho trovato più divertente è vedere la Francia attraverso gli occhi, le idee, i sentimenti di stranieri che alla fine non sono riusciti a vedere niente. Ho trovato tutto questo molto ironico. Noi volevamo raccontare una storia attraverso dei nomadi che vivono la vita con questo sentimento di essere continuamente in viaggio. Guardando, osservando chi lavora dietro la reception di un hotel, in un ufficio postale, alla cassa di un supermercato, mentre tu attraversi la loro vita e poi te ne vai. Avevamo voglia di ragionare su questi aspetti dell’esistenza umana.

Durante una delle interviste che avete rilasciato avete affermato che fare l’attore è ‘una rivincita sull’adolescenza’, ci può dire di più al proposito? Un concetto che vale anche per chi fa Burlesque e mette in mostra il suo corpo anche se non corrisponde ad alcun canone di perfezione... L’ho detto durante una presentazione del film alla Fnac a Parigi ma come potete immaginarvi a volte si dicono delle cose senza una profonda riflessione alle spalle. Anche perché quando un giornalista mi fa una domanda precisa, come in questo caso era su che cosa significa per me essere attori, cerco sempre di dare risposte sensate. Infatti quello che ho detto lo penso in quanto io non avrei mai immaginato, in gioventù, che avrei fatto l’attore – dato che è stato Arnaud Desplechin quando avevo già trent’anni che mi ha inventato come attore – e penso che se ho continuato a recitare è perché molti attori e attrici hanno qualcosa da risolvere con la timidezza. Ed è vero che questo mi ha toccato anche rispetto a queste donne che fanno il New-Burlesque dato che sono donne che non hanno un corpo come è obbligo avere di questi tempi e che lottano contro questo... Oltrepassando i loro complessi, la loro timidezza, il loro essere così particolari. Essere attori è la stessa cosa sotto certi aspetti: è un modo di sbarazzarsi degli anni dell’adolescenza. In questo momento sono a Parigi le ragazze che hanno fatto il film con il loro spettacolo, ecco un raro caso in cui la vita è più bella di un film. Come il fatto che l’8 novembre a Milano ho avuto la possibilità di riprendere il concerto di John Zorn, eccezionale musicista jazz. Queste sono le occasioni per cui vale la pena recitare ed essere conosciuti, tutto il resto che si porta dietro la fama non mi interessa minimamente.

Quando ha conosciuto Arnaud Desplechin e come le ha proposto di diventare attore? E cosa ci può dire di un Maestro del Cinema Francese e Internazionale come Alain Resnais? Arnaud l’ho conosciuto nel 1984 e ho fatto dei film magnifici con lui e la cosa più bella è che continueremo a farli. E’ molto bello continuare per degli anni a lavorare insieme, c’è qualcosa di magico, di stupefacente. E, poi come avete detto, ho il privilegio di avere lavorato e di iniziare un film con lui ad inizio 2011 con uno dei più grandi registi esistenti, Alain Resnais. Ci saranno sempre i suoi attori, i fedeli di Resnais, sarà un’altra grande esperienza. Provo una forte attrazione per i registi e quindi avere l’opportunità di fare l’attore è riuscire ad entrare nella loro testa.

Voi avete  interpretato un film che è un capolavoro: Lo scafandro e la farfalla di Julian Schanbel, è stata una esperienza dura? Mentre vi siete divertito a fare il cattivo nella saga di James Bond in Quantum of Solace? E’ stata davvero una esperienza incredibile perché il film che ne è uscito, grazie alla sensibilità di Julian Schnabel, è davvero un capolavoro. Non è stata però un’esperienza dura. Al cinema tutto è finto e quando finisco le riprese io esco, me ne vado al bar, in giro... E’ tutto falso quello che vedete, altra magia del cinema. Ovviamente mi ero documentato, avevo letto il libro di Jean-Dominique Bauby, ho preso tutto molto seriamente. Qui si trattava di entrare nella mente e nel corpo di un uomo che ha vissuto una esperienza terrificante e quindi ho cercato di essere il più credibile possibile. Abbiamo fatto un tour per gli ospedali che si occupano di questi casi, abbiamo parlato con persone che conoscevano bene Bauby e tutti dicevano delle cose molto diverse su di lui e alla fine ho cercato di farmi una mia opinione, riflettendoci parecchio su. Essere dentro un personaggio, veramente, non tanto per dire è una cosa incredibile, un modo di girare fuori dal comune ma questo è anche molto, molto merito di Julian. Per quanto riguarda Quantum of Solace mi sono divertito molto perché adoro lavorare con gli stuntman. In quel film ho utilizzato tutto il mio corpo, mi sembrava di danzare ma bisogna essere molto precisi come sono gli acrobati proprio perché ad un certo punto subentra lo stuntman. Amo molto tutto ciò e sul set di James Bond era tutto così perfetto, quindi ho apprezzato molto l’opportunità di fare un film di azione.

Avete visto Il Profeta di Jacques Audiard e cosa ne pensate? L’ho visto appena è uscito al cinema, è uno dei miei registi preferiti. Trovo che sia uno dei cineasti francesi più interessanti al momento. Mi interessa molto il suo modo di girare, le sue storie, che riflettono sul suo rapporto e quello del cinema francese con gli Stati Uniti. Perché i suoi film hanno un genere che prende il meglio di quello che noi amiamo del cinema americano mescolato però con un gusto estremamente europeo. E in più lavora con la filigrana di attori davvero straordinari.

E’ vero che siete un grande estimatore di Nanni Moretti? Il prossimo anno uscirà il suo nuovo film Habemus Papam con Michel Piccoli... Assolutamente, io adoro Nanni Moretti. E’ un regista che mi ha ridato il gusto per il cinema molto tempo fa. Il primo film che abbiamo visto noi in Francia, al cinema, è stato Sogni d’oro. Dopodiché sono rimasto folgorato e ho visto tutti gli altri: Ecce Bombo, La messa è finita, Palombella rossa... Io mi sono sempre sentito estremamente vicino a lui, al suo humour mescolato alla collera. Sono al corrente che uscirà il suo nuovo film e vi dico che Michel Piccoli è uno dei protagonisti del film di Resnais che inizieremo tra un mese, una buona occasione per fare una chiacchierata anche su Moretti. In generale però il vostro è un Paese al quale io sono molto legato per svariate ragioni. Quindi il cinema italiano lo seguo in maniera piuttosto assidua e devo dire che anche Gomorra di Matteo Garrone è un film che mi ha lasciato un segno indelebile.

Scritto da Nicoletta Gemmi
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