questo sito contribuisce all'audience diiVid.it
Caricamento pagina in corso...

Pupi Avati: ritorno all’infanzia tra amore e malattia

Attualità, Interviste

04/10/2010

Ne è assolutamente consapevole Pupi Avati che il suo nuovo film Una sconfinata giovinezza (nelle sale dall’8 ottobre in 200 copie per 01 Distribution) non è una pellicola semplice. Soprattutto è una storia afferma il regista: “Che va controcorrente con quello che il pubblico predilige ultimamente, la commedia. Qui, invece, si parla di un matrimonio felice che viene minato da una patologia come il morbo di Alzheimer. E dato che sono sicuro che parte della gente che andrà a vedere il mio film sa di cosa si tratta, ho voluto narrare questa vicenda con estremo pudore, dignità, senza indulgere alla lacrima facile e alla commozione gratuita. Sottoemozionandoci, proprio perché non voglio far soffrire chi ha già un dolore, voglio che esca dalla sala con una speranza. Pensando che si può continuare a vivere  - certo con sofferenza – ma integrando questa malattia nella quotidianità. Perché l’Alzheimer è soprattutto la malattia dei parenti, di chi si deve occupare della persona che è colpita da questo grave morbo”.

Protagonisti due bravissimi attori: Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri, coppia di sposi, innamorati e felici. Senza figli, circondati da una famiglia numerosa, e con una vita serena. Fino a quando lui non comincia a dare segni di regressione. Nel cast, la cosiddetta ‘Famiglia Avati’, ovvero Serena Grandi, Lino Capolicchio, Manuela Morabito, Erica Blanc, Gianni Cavina e il recentemente scomparso Vincenzo Crocitti.

Avati quando le è venuta l’idea per questo film e perché ha voluto affrontare un tema così delicato come una malattia degenerativa e terribile come quella dell’Alzheimer?Una sconfinata giovinezza non è un film su questa patologia, la malattia è usata come espediente narrativo. Si tratta del mio rapporto con il tempo. Io sono un uomo di 72anni, un anziano, uno che si trova nella seconda parte della sua esistenza e che, con questa opera, si dismette dalla nostalgia verso la sua gioventù. Tema caro a quasi tutti i miei film realizzati fino ad ora. La regressione tipica di questa patologia – che per fortuna non ho – l’ho utilizzata per ritornare alla mia infanzia. Infatti il film si dovrebbe intitolare: ‘Una sconfinata infanzia’. Da un po’ di tempo si agita in me un bambino di nove/dieci anni che pensavo di avere dimenticato. Ho sentito così l’urgenza di raccontarlo. Così mi sono messo a studiare questa patologia con l’ausilio di luminari, mi sono sempre di più incuriosito e ho pensato di narrare una grandissima storia d’amore che si modifica – a causa di questo evento – ma che non perde un briciolo della sua forza e della sua potenza. In questo senso la malattia l’ho usata come pretesto narrativo, e la trovo un’idea fantastica. Malattia e Amore. Anche perché siamo in una società che non abbandona solo i cani in autostrada ma anche i parenti. In questo senso la mia storia è alternativa, non è in linea con i tempi. E ne sono ben felice”.

Francesca Neri in Una sconfinata giovinezza ha un ruolo tutt’altro che facile che prevede anche il farsi invecchiare. Come è andata? “La cosa più difficile è stato inventarsi interiormente un’età della vita che non ho ancora attraversato. E un modo più sereno e profondo di vivere l’amore. Sono partita dal corpo: imbiancare i capelli mi ha aiutato a sentirmi più matura. E’ stato molto bello, ma quello che amo di più del mio personaggio è la sua dignità. E’ già il terzo film che faccio con Pupi e con lui mi sento sempre a casa, protetta ma anche spronata a dare il meglio. E’ uno che ti fa maturare come donna e come artista. Inoltre il film è stato quasi interamente girato a Cinecittà, un grande privilegio, e stare tre settimane con Fabrizio Bentivoglio, sempre insieme, in questo set che era la nostra casa, è stato un vero viaggio d’amore. Per me questo film è una poesia. Una poesia su un amore coniugale che diventa amore materno”.

Mentre Fabrizio Bentivoglio cosa ci dice di questa esperienza. Lei che ha anche il ruolo del malato... “Ho ricevuto una telefonata da Pupi Avati dove mi diceva: “Fabrizio ho un pacco dono per un attore”. Ovviamente incuriosito sono andato da Pupi, ho letto la sceneggiatura che non conoscevo, e ho capito che era sì un grande dono ma anche un ruolo di una delicatezza estrema. Un personaggio da trattare con i guanti di velluto, una vera sfida. Quindi per cercare di dare il meglio nella parte di Lino ho pensato a me bambino e ai miei amici. Alle domeniche in cui ci incontravamo a casa di qualcuno e giocavamo a tappi. Ovvero usavamo i tappi come fossero dei calciatori e facevamo delle vere e proprie partite. Una sconfinata giovinezza io lo definisco una favola per bambini... ‘Ci sono un uomo e una donna. Si amano tanto. Non hanno figli, ma il loro amore è sempre più tenace con il passare del tempo. Un giorno l’uomo si ammala e comincia a perdere la memoria, non riconosce più nessuno. A quel punto la donna si ritrova a tenere in braccio il bambino che non ha mai avuto’.

Pupi Avati, ora che ha rivisto il film, che cosa vuole aggiungere su questo suo lavoro... “Voglio dire che mi premeva arrivare alla resurrezione. Attraverso il mescolare il tempo, l’andare continuamente avanti e indietro, come solo con il cinema si può fare, ho resuscitato quel bambino che sono stato. Correndo dei rischi, lo so, perché la storia non scende mai a compromessi. C’è un grande amore felice e questo al cinema non va molto, di solito si preferisce raccontare coppie in crisi. C’è l’horror che è il buio della mente. Prima qualcuno chiedeva a Bentivoglio se si era ispirato al Peter Sellers di Oltre il giardino per il suo ruolo. Diciamo che questo è l’oltre la siepe della casa dalle finestre che ridono. Il candore del personaggio di Chance il Giardiniere/Sellers in quel film è quello a cui aspiravamo. Anche se personalmente non ho mai pensato al film di Hal Ashby. Come a nessun altra citazione o omaggio che alcuni di voi hanno intravisto nella pellicola. Come detto all’inizio tutto nasce dalla necessità di ripensare all’infanzia. Io sono profondamente legato alle mie radici, lo sono sempre stato e penso che lo sarò fino alla fine”.

Scomoda ma inevitabile. Avati a distanza di mesi che cosa prova ora per l’esclusione dal concorso al Festival di Venezia? E ha visto gli altri quattro italiani che hanno scelto? “Non ho visto nessuno dei quattro italiani ma non per ripicca, semplicemente perché non vado mai al cinema. Quando mi è arrivata la notizia dell’esclusione ho provato stupore, sgomento. Oggi non mi interessa più minimamente. Anzi, preferisco che Una sconfinata giovinezza esca nelle sale affrontando il pubblico e so che sarà dura. Perché questo non è un film che gli spettatori vogliono vedere. Almeno guardando gli incassi, è un momento in cui va molto la commedia o gli effetti speciali... insomma tutt’altra roba. Ma io credo che ci sarà uno zoccolo duro di persone che andranno e lo sapranno apprezzare. Anche perché se così non fosse non sarebbe solo un problema mio ma generale”.

Scritto da Nicoletta Gemmi
VOTO
 

NOTIZIE CORRELATE

LA PROSSIMA SETTIMANA