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Prova (mancata) di capolavoro. La recensione di The Road

Attualità, Recensioni

27/05/2010

Uscendo, sicuramente scossi, dalle due intense ore di The Road, affiora inevitabilmente una domanda. Come è possibile che un film come questo, così sconvolgente, non abbia fatto una lira in America e abbia faticato non poco per trovare un distributore in Italia ed in molti altri paesi. Non stiamo parlando di un b-movie ma di una pellicola costata circa 50 milioni di dollari, tratta da un libro di culto e con un cast importante: Viggo Mortensen, Charlize Theron, Robert Duvall, musiche di Nick Cave. A parte il nome del regista, John Hillcoat, pressoché sconosciuto, un film-evento? Non esattamente. Per assurdo la cosa che danneggia maggiormente The Road è il romanzo vincitore del Pulitzer di Cormac McCarthy da cui è tratto. Un capolavoro, che trascende i generi letterari per ricreare con feroce delicatezza un universo perduto, dove l'amore di un padre e di un figlio sembra l'ultima scintilla di una umanità dissolta. Ma le immagini del libro sono così potenti che prevaricano, per chi l'ha letto, quelle sullo schermo. E che Hillcoat ha cercato di tradurre fedelmente, in modo forse troppo letterale, prendendosi tutti i rischi connessi all'effetto Lost in translation, soprattutto quando in ballo c'è la scrittura ermetica e metafisica di uno scrittore geniale.

Il durissimo lavoro di Hillcoat è riuscito a metà. La resa del decolorato e sporco universo post-apocalittico è perfetta. Gli scenari immensi, gli incendi, le città deserte, le strade buie, sono delle immagini memorabili, così come il mondo post-umano, i semi-zombi, la famiglia dei cannibali, il terrore di qualsiasi incontro, è reso con grande sensibilità, senza cadere mai in effetti truculenti o peggio. Ben calibrato anche il rapporto padre - figlio (grande Viggo Mortensen), fatto di sguardi e di pura emozione. Non altrettanto le dinamiche del racconto, troppo frammentato in microepisodi a tensione orrorifica variabile. Manca un centro di gravità, come se ogni scena tendesse a ripartire. Forse è la visione della fine del mondo ad aver preso la mano al regista. Ad avergliela fatta tremare. Una fine del mondo che sembra arrestarsi solo davanti al 'fuoco' dell'amore paterno. Come le belve della preistoria. Hillcoat voleva a tutti i costi filmare un capolavoro. Ma i capolavori non si riproducono. Ciò premesso il film è emozionante e agghiacciante. Secondo Esquire è il film più importante dell'anno. Chi non ha letto il libro - e non credo siano così tanti ad averlo fatto - si aspettino un pugno allo stomaco, una storia di rara e drammatica bellezza, raccontata come un'odissea senza speranza.

 

Scritto da Piero Cinelli
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