“Devo confessare di avere visto il primo Alien solo poco prima di iniziare le riprese di Prometheus. Quel film e Blade Runner mi hanno molto aiutato nel costruire il mio personaggio: un androide certamente meno evoluto di quelli che, poi, si vedranno nei capitoli successivi della saga. L’elemento più interessante era proprio questo ovvero riuscire a costruire un film che, in qualche maniera, fosse introduttivo al primo Alien.” Così Michael Fassbender descrive il suo approccio a David, l’algido androide protagonista del prequel di Alien diretto da Ridley Scott insieme a Noomi Rapace, Charlize Theron e Guy Pearce. “Per il regista questo era un progetto estremamente importante al punto che ha preteso il mantenimento di un elevatissimo livello di sicurezza, quasi del tutto inusuale per questa nostra epoca in cui ogni singola notizia filtra ogni giorno su Internet.” Osserva Fassbender attualmente insieme a Brad Pitt e Paul Giamatti sul set di Twelve years a slave sua terza collaborazione con il regista di Hunger e Shame Steve McQueen “Del resto soprattutto nei film di fantascienza è meraviglioso potersi perdere dinanzi alla sorpresa di mondi ed universi nuovi. Soprattutto in un film come Prometheus in cui il pubblico si rende immediatamente conto che quella conosciuta in Alien è soltanto una piccolissima porzione dell’universo da cui provengono le creature che abbiamo incontrato nella serie. Mantenere il mistero per poterlo rivelare solo sul grande schermo consente di apprezzare in pieno e fino in fondo un film come il nostro.”
Come si prepara per un ruolo come questo?
La tecnica che ho sviluppato nel corso degli anni è molto semplice: rileggo più volte la sceneggiatura fino ad interiorizzare non solo la trama, ma – soprattutto – il personaggio. Mi interessa sviluppare una tale familiarità con il mio ruolo da consentirmi di potere porre delle domande a me stesso sul suo comportamento e, soprattutto, sulla sua reazione a ciò che lo circonda. Anche le scene d’azione diventano più spontanee e reagisci in maniera immediata rendendo tutto più interessante.
Cosa l’affascinava di questa storia?
Sicuramente la possibilità di un gruppo di esseri umani di viaggiare fino all’incontro con quello che loro ritengono possa essere il loro creatore: un alieno che hanno visto dipinto in una grotta in Scozia e che loro, finalmente, possono raggiungere per porre dei quesiti rispetto all’esistenza e all’influenza che intelligenze extraterrestri potrebbero avere avuto sullo sviluppo della nostra civiltà. E’ una sorta di sfida che viene raccolta da alcune persone in nome di tutta l’umanità. Quello che amo dei film di Ridley Scott è la sua capacità di costruire grandi pellicole d’azione intorno a personaggi complessi e forti che, poi, diventano la scusa per raccontare storie molto coinvolgenti. E’ come se la tecnologia, l’azione fosse avvolta in tematiche filosofiche molto forti. In più la sceneggiatura riflette sul fatto che ciascuno dei cinque esseri umani inviati nello spazio, ha una sorta di propria missione individuale da portare a compimento, basata sulla propria visione di quanto sta accadendo loro. Una missione comune che progressivamente è segnata da quelle dei singoli: una trovata molto interessante di una sceneggiatura che è segnata inoltre da una sorta di sinistra qualità narrativa.
Qual è la sfida per lei come attore?
Senza dubbio andare a scoprire le profondità dell’anima dei personaggi. L’elemento fisico, per quanto spossante, in qualsiasi film è sempre la cosa più facile da portare a compimento. Mostrare il vero io di un personaggio, richiede ben altro. Nel caso di un film come Prometheus il desiderio è quello di mettersi al servizio di un regista, di una storia e degli altri attori in maniera interessante. Ridley Scott è un regista molto attento ai dettagli: dal colore dei capelli di un personaggio al suo modo di parlare. E’ un artista molto attento a ciò che vede e in maniera molto collaborativa cerca di fare emergere la propria visione dando anche ascolto, però, a quello che suggeriscono gli attori. Del resto sul set di un suo film percepisci la creatività di tutti al servizio della storia che lui vuole raccontare: ogni elemento della troupe, ogni attore è lì per sostenerlo fino in fondo.
Ora torna a lavorare con Steve McQueen…
E’ un regista con cui ho stabilito un rapporto perfetto: il suo lavoro mi innalza come attore e collaborare alle sue storie significa avere a che fare con un autore intelligente, provocatorio che ti chiede molto. E’ un autore con cui ho un rapporto quasi telepatico e con cui è molto interessante e importante avere a che fare.
Come è cambiata la sua vita negli ultimi anni?
Sicuramente trascorro molto del mio tempo tra aeroporti e alberghi, ma le mie priorità e le cose che mi interessano non sono cambiate. E’ parte del lavoro anche questo dedicarsi non solo alla sua realizzazione, ma anche alla promozione in giro per il mondo. Mi piace molto guidare la moto. Ne sento quasi il bisogno dopo avere trascorso lungo tempo in scatole come aerei e auto, nel mio tempo libero faccio dei giri in moto, perché mi piace sentire l’aria che mi passa tra i capelli.
Il giro che le è piaciuto di più?
In Italia: per il cibo e per avere fatto questo tour con mio padre e il mio migliore amico che non vedevo da un decennio. La cosa che mi commuoveva di più era vedere le madri che aspettavano i figli tornare dalla scuola. Quella è la dimensione giusta che andavano cercando.




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