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Pitagora: un calabrese come me. Intervista a Michelangelo Frammartino, regista de Le quattro volte

Attualità, Interviste

17/05/2010

(Cannes) - Le Quattro Volte è il secondo film italiano presentato sulla Croisette nella Quinzaine des Relisateurs. Diretto da Michelangelo Frammartino, al suo secondo lungometraggio dopo Il Dono, il film segue una costruzione stilistica innovativa raccontando la vita di un vecchio, di un capretto, di un albero e del carbone uniti dal movimento della macchina da presa. “La sfida era quella di avere un personaggio particolare e invisibile, ovvero un’anima. Bresson diceva che il cinema riesce a filmare l’anima. Un’affermazione che abbiamo preso alla lettera e abbiamo fatto in modo che la macchina da presa continui a seguire questa presenza, ostinatamente nonostante cambi l’involucro. E’ un cinema di superficie dove c’è l’ostinazione della nostra convinzione che l’obiettivo possa cogliere ciò che sta dietro e che risulta invisibile".

Lei è calabrese di origine. Perché ambientare il film lì?

Perché la Calabria è una terra carica di contraddizioni. La costa è in un certo modo, ma se ti inoltri nell’entroterra trovi delle tradizioni antichissime il cui senso, però, non emerge immediatamente. Quando chiedi agli abitanti del paese sul Pollino Alessandria del Carretto, perché fanno la festa dell’albero ti rispondono “Perché si feci sempi cussì” ovvero “si è sempre fatto in questa maniera”. Il senso è qualcosa che sta dietro. Anche in questo film devi ‘frugare’ per trovare il protagonista.

Come ha scelto la forma del film?

Volevo qualcosa di molto semplice, basato su immagini percepibili da tutti. E’ un film, in un certo senso, primitivo.

Lo definirebbe un film ‘spirituale’?

Decisamente sì. Se nel mio rapporto con il reale, accedere ad un ‘oltre’ è sempre problematico, la macchina da presa mi consente più facilmente di arrivare a quanto c’è dietro a quello che filmo. Che in un film ci sia qualcosa in grado di trascendere le immagini che possiamo chiamare ‘spirito’ non mi dispiace affatto. Mi piace sperare che il pubblico colga quest’aspetto.

Il titolo del film è ispirato a Pitagora e molti altri sono gli elementi presenti nel film. Perché?

La scuola di Pitagora era a Crotone e a me piace pensare che la cultura popolare animista della mia terra abbia una radice in Pitagora e nella sua filosofia. Dante dice che il filosofo magnogreco ‘volle che tutte le anime avessero la stessa nobiltà e che la differenza sta nel corpo e nella forma.’ Abbiamo seguito in maniera attenta questo tragitto. Per me è stata l’occasione per esplorare le radici. In più Pitagora, in un certo senso, ha inventato il cinema. Lui, infatti, insegnava da dietro un lenzuolo bianco con gli studenti, definiti ‘acusmatici’ che stavano ad ascoltarlo. In questo senso, il suono del film sembra venire sempre e soltanto da un punto dietro allo schermo. Abbiamo voluto evitare il surround per seguire e, in un certo senso, replicare gli insegnamenti della scuola pitagorica.

 

Scritto da Marco Spagnoli
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