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Philip Seymour Hoffman morto a Manhattan: la nostra ultima intervista

Interviste

02/02/2014

Abbiamo incontrato più volte nel corso degli anni Philip Seymour Hoffman trovato morto a soli 46 anni nel suo appartamento di Manhattan per sospetta overdose. 

L'ultima è stata al Festival di Venezia in occasione della consegna della Coppa Volpi per The Master di Paul Thomas Anderson nel 2012. Nel 2006, però, immediatamente dopo la vittoria dell'Oscar per Capote, abbiamo avuto modo di parlare a lungo con lui per un'intervista che vi riproponiamo qui di seguito. Quella lunga giornata di aprile si è conclusa salutando Hoffman sulle scale della Hall dell'Hotel Hassler con lui che malinconico si godeva una breve pausa tra le tante interviste. Semplice,diretto, estremamente gentile Hoffman ci ha salutato con un sorriso e con grande gentilezza. 

Con lui se ne va un grandissimo attore e anche una brava persona, educata e gentile.

L’inquietudine

Intervista a Philip Seymour Hoffman

Di Marco Spagnoli

Come era già successo per Halle Berry, anche il primo film di Philip Seymour Hoffman dopo la vittoria dell’Oscar è una megaproduzione hollywoodiana. L’ennesimo segnale di come i grandi blockbusters abbiano bisogno di bravi attori per evitare – da un lato -  il rischio di restare ‘prodotti’ bidimensionali e – dall’altro – per tentare di attirare un pubblico più ampio. Philip Seymour Hoffman, dopo la consacrazione dell’Oscar per Capote, resta soprattutto un attore di riferimento per il cinema indipendente e di qualità, ma – spiega – quello di Mission Impossible 3 è un progetto necessario per l’evoluzione della sua carrier 

Lei ha vinto l’Oscar per Capote qualche mese fa: qual è il senso di fare un film d’azione per la carriera di un attore come lei?
Il nostro lavoro non è basato su degli schemi, ma sulle opzioni che abbiamo come professionisti. La possibilità di scegliere è tutto. Il cinema d’azione e tutti gli altri generi fanno parte di queste possibilità. Potere scegliere ti fa percepire il mondo come più aperto nei tuoi confronti e conquisti un po’ di serenità in più da questa percezione. Più ruoli differenti interpreti, più tieni aperte tutte le possibilità. Mantenersi tutte le porte aperte è il lavoro di ogni attore…

Non crede che questi film senza attori di spessore sarebbero solo ‘pop corn movies’?
A me il pop corn non dispiace affatto. Credo che – continuando nel suo paragone – per essere indimenticabile un buona confezione di popcorn deve essere salata al punto giusto. Lo stesso succede con questo tipo di film che devono essere ‘imburrati e salati’ alla perfezione, magari con un po’ di formaggio di tanto in tanto… Nessuno vuole una busta di pop corn vecchi e oleosi. Lo stesso vale per questi film. Se sono girati bene ricevi in beneficio il piacere di una buona confezione unito ad uno contenuto ‘gustoso’.

Quindi grandi attori come lei e come altri che partecipano ai grandi blockbusters estivi rappresentano gli ingredienti giusti per un buon cinema di intrattenimento…
Nel caso di un film come Mission Impossible 3 lo scopo del regista JJ Abrams era quello di gerovitalizzare l’intera franchise inserendo attori nuovi che portassero in dote la propria storia ed esperienza. E c’è qualcosa di più: basta vedere la sequenza d’apertura del film, scoprire come JJ presenta il personaggio di Ethan Hunt per assistere a qualcosa di assolutamente innovativo mai visto prima in un film del genere. Con questo film Abrams ha alzato il livello a qualcosa di completamente nuovo. Perché non ne dovrei prendere parte? Sono decisamente felice di averlo fatto.

Perché?
Questo è il genere di film che non ho mai interpretato prima. Mission Impossible 3 era perfetto per incominciare, perché tutti gli ingredienti erano quelli giusti con Tom Cruise, il regista J.J.Abrahams e una sceneggiatura davvero interessante e divertente. Mi sono subito detto: "Se devo davvero fare questo tipo di film, è arrivato il momento per iniziare." 

Sebbene in maniera diversa, come in Capote, anche in Mission Impossible 3 lei esplora in maniera differente la crudeltà…
Ogni tanto in teatro dirigo delle commedie e – se mi ricordo di farlo – dico agli attori di fare delle cose. Se lavori con altri attori devi diventare molto intimo con loro: devi sostenerli, alimentarli, amarli e rispettarli. Qualche volta mostrare una grande cattiveria, una forte crudeltà nei confronti della persona con cui condividi è la maniera migliore per dimostrare loro un grande amore. Nel caso di M:I 3 sapevo che mostrando tanto odio nei confronti di Ethan Hunt sapevo di stare aiutando il massimo Tom. Quando tu aiuti così un altro attore, lui ti aiuterà a fare al meglio il tuo lavoro. Instillare paura in un altro è un passo importare per fare in modo che lui sia al massimo durante la sua scena.

Qualcuno ha paragonato il suo cattivo ad un personaggio dei primi film di 007…
Devo confessare di non avere visto molti di quei film, ma posso capire a che cosa si faccia riferimento. Certo c‘è una forte componente di narcisismo molto forte: cosa c’è di più ‘fico’ che andare in giro davanti alla macchina da presa con lo smoking  e toglierti gli occhiali da sole con a fianco la più bella ragazza della serata?

Però il suo ruolo non è solo questo, bensì una figura più inquietante…
Comprendo il senso della sua rabbia e mi relaziono soprattutto a questa sua debolezza.  Mi piacerebbe vederlo nel contesto di un altro film dove le ramificazioni narrative siano più articolate e inquietanti di quelle che si possono affrontare in un film di genere. Sarebbe interessante riprenderlo nel contesto di un film basato sulla realtà anziché sulla fantasia.

Interpretare i cattivi è più divertente per un attore?
Non so se sia più divertente, ma è certamente liberatorio. Sei molto più libero, perché non ci sono regole, né limiti intorno a personaggi del genere. In altri ruoli che ho avuto ho sentito in maniera molto più forte la possibilità di divertirmi, ma con quello di Mission Impossibile ho avvertito sicuramente una possibilità di maggiore libertà.

C’è qualche cattivo in particolare che l’ha ispirata?
No, ma ci sono alcuni attori che considero come straordinari e che sono stati i modelli per il mio lavoro: Paul Scofield, per esempio, o – soprattutto – John Malkovich in Nel centro del mirino: è uno dei migliori cattivi che io abbia mai visto interpretare sullo schermo, ma – è bene ricordarlo – un tipo di film completamente differente. Non credo che mi abbia influenzato, ma è qualcosa che ho sempre avuto in testa di volere provare a fare.

Come spettatore quali qualità le piace vedere negli attori?
Impegno nel lavoro senza alcun pregiudizio nei confronti dei personaggi che interpretano e tanta, tantissima energia. E’ straordinario potere vedere un attore che riesce a cogliere il senso di un momento senza averlo giudicato in anticipo, offrendo allo spettatore un’interpretazione non costruita, ma – soprattutto – non figlia del pregiudizio. Mi piace vedere le persone che si domandano attraverso il loro lavoro qual è l’evento che stanno vivendo davanti alla macchina da presa. Non può essere la stessa cosa per qualsiasi personaggio. Adoro chi si sforza di trovare una risposta a  questa domanda, soprattutto per il grande senso di umiltà che si accompagna a questo tipo di pensieri. Ogni attore non dovrebbe mai giudicare in anticipo il ruolo che sta per portare sullo schermo.

Una ‘missione impossibile’?
No. Decisamente "possibile". La mia missione veramente impossibile è riuscire a dimagrire…

Quanto conta il senso dello humour nel suo lavoro?
Il senso dell’umorismo esiste sempre e dovunque. Anche nei luoghi più oscuri c’è lo humour. Se sei capace di uscire mentalmente anche dalle situazioni più dolorose e a guardarle oggettivamente ti rendi conto che c’è qualcosa di profondamente divertente in loro.  Credo che la vita sia esattamente così e che offra tantissimo

Scritto da Marco Spagnoli
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