Paolo Virzì
Intervista a Paolo Virzì
Ottavo film del regista toscano, "N (Io e Napoleone)" ha sicuramente un respiro più vasto dei precedenti. Non solo per la grandezza del personaggio intorno al quale ruota, ma anche per i temi che tocca che pur restando con i piedi saldamente ancorati alla commedia - qualcuno ha definito il film Napoleone Brancaleone - racconta anche molto altro, con spunti drammatici e riflessioni alte. Insomma la ben nota vena 'canzonatoria' toscana, che si esalta in quel dell'Elba, si misura con una passione civile ed una com-passione umana che danno la misura della maturità dell'autore.
Come nasce il progetto di N?
Da tempo volevo raccontare la stagione del fervore politico giovanile e per una serie di circostanze, mi è venuta voglia, assieme ai miei sceneggiatori (Furio Scarpelli e Francesco Bruni ndr), di ambientarla durante il ritiro di Napoleone all'Elba. Inoltre lo spunto ce lo ha dato anche il bel libro di Ernesto Ferrero, anche se lì il protagonista non è un ragazzo, e quindi abbiamo dovuto amorevolmente tradirlo. Il protagonista del libro è un maturo rivoluzionario con principi forti, radicalmente antinapoleonico, che si ritroverà a servizio dell'Imperatore. Nel film abbiamo fatto incontrare l'idealismo e la passione politica giovanile di un ragazzo di vent'anni elbano, maestrino e aspirante poeta, uno che si sente come Jacopo Ortis, imbevuto di furori foscoliani e di protoanarchismo, con la malizia e il disincanto dell'ex Imperatore esiliato all'Elba. Napoleone è un imperatore sconfitto ma è ancora, evidentemente, in grado di suscitare una grande attrazione sulla gente e soprattutto su un ragazzo che, per quanto lo detesti, finisce per esserne affascinato. E' l'incontro fra questi due mondi, ambientato in una Toscana ottocentesca che io ho un po' raccontato come se fosse il cortile di casa mia, con intorno ai due protagonisti la famiglia, un po' sui generis, di Martino, il protagonista. I Papucci sono una grande famiglia litigiosa, con i fratelli maschi che si menano e si accapigliano tra di loro, una famiglia viva, dove nonostante tutto le persone si adorano. Intorno a loro un notabilato politico locale molto buzzurro e molto velleitario, un popolino da terzo stato. E' un film che può essere guardato, visto, in tanti modi come una commedia irriverente, come un noir ottocentesco, e anche come un racconto filosofico.
Non vorrà mica dirmi che ha rinunciato alla sua bella vena di commedia?
Certo che no, il film è una commedia. Io ci terrei tanto ad essere diverso da come sono, a fare anche film diversi da quelli che ho realizzato fino ad ora, ma non ci riesco. La sensazione, a dire il vero, è di rifare un po' sempre lo stesso film. Lo dico un po' per scherzo e un po' perché ci credo davvero. Nel senso che anche stavolta ci sono i temi ricorrenti dei miei film, che sono: lo spirito giovanile con il suo carico di illusioni, il percorso di maturazione verso una visione più disincantata del mondo, una riflessione scherzosa sulla politica, e la convivenza di comicità e drammaticità.
Ma in questo ritratto di Napoleone ci possiamo vedere un po'anche il nostro ex-presidente del consiglio?
Direi proprio di no. Tra l'altro il paragone con Napoleone sarebbe davvero un grande favore per Berlusconi.
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