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Paolo Sorrentino, Il Divo

15/09/2008

La Terza Volta

In concorso a Cannes per la terza volta di seguito, Paolo Sorrentino arriva sulla Croisette con quello che lui stesso definisce come il suo film ‘migliore’ e più ‘ambizioso’. Una pellicola dalla genesi difficile in quanto legata alla figura di Giulio Andreotti che Paolo Sorrentino racconta attraverso quella che si dice essere un’opera pop sospesa tra invenzione e suggestioni derivanti dalla cronaca. Ad interpretare il Senatore a vita, ancora una volta Toni Servillo, fresco del David di Donatello come migliore attore protagonista de La ragazza del lago.


Sherlock Holmes dice che ci vogliono tre indizi per fare una prova: la sua terza volta a Cannes è la ‘prova’ di che cosa?
Per me è sempre come se fosse la prima volta, perché penso di avere fatto tre film molto diversi tra loro. E’la ‘prova’ che Cannes apprezza la diversità e io da parte mia non ho mai ripetuto uno schema per andare a presentare il mio cinema sulla Croisette. Anche questa volta c’è per me il sapore del debutto, perché realizzare Il Divo è stato tanto complicato quanto è realizzare un’opera prima. Inizialmente avevo anche qualche dubbio che il film potesse essere recepito in un Festival internazionale, essendo profondamente italiano. La selezione per il Concorso è stata una grandissima sorpresa.


Sulla carta, l’idea del suo film ricorda un po’ quella di Nixon di Oliver Stone…
Non ho guardato a nessun autore di riferimento mentre in genere per ogni mio film guardo a qualche regista in particolare. Ho visto e rivisto tanti film di cineasti che hanno affrontato nel loro lavoro tematiche di carattere politico, come Stone, Rosi e Petri, ma non ho seguito un modello. Soprattutto per film come quelli troppo ‘alti’ e che si muovono in un periodo storico diverso Ho, quindi, stabilito sin da subito uno stile in termini di inquadrature e di musica puntando alla garbata spettacolarizzazione la figura di un uomo rimasto seduto e solo per mezzo secolo, avendo vissuto tra le carte, le lentezze della burocrazia e dell’apparato pubblico. La mia idea era, quindi, quella di fare un film molto moderno: una sorta di opera pop su Andreotti. Gli uffici impolverati della Democrazia Cristiana mi sembravano anticinematografici di per sé e ho provato a rendere spettacolare qualcosa che, invece, non lo era, scegliendo di seguire una strada propria.


Verso dove?
Da un lato volevo raccontare un personaggio con tutte le sue caratteristiche, le sue luci e le sue ombre. Non avevo né intenti agiografici, né delle tesi precostituite contro di lui. Attraverso Andreotti ho voluto anche raccontare il paese, provando a fare delle incursioni ad ampio raggio anche in altri periodi oltre quello dal 1991 al 1996 che prendo particolarmente in esame. Ho voluto mettere in evidenza come una figura di potere si sia relazionata con tanti eventi tragici della nostra Storia.
Dopo la ‘pausa’ de L’Amico di Famiglia, lei torna a lavorare con Toni

Servillo: cosa la lega in particolare a questo attore straordinario?
L’unico incontro determinante della mia carriera dal punto di vista degli attori e, soprattutto, ‘reciproco’ è stato quello con Toni Servillo che era già un grande interprete prima di lavorare con me. L’intelligenza di entrambi è quella di avere lavorato insieme ad una serie di progetti dalle caratteristiche ‘precise’ Non abbiamo mai scelto la strada più facile o forme nascoste di ‘baracconismo’ anche quando queste potrebbero risultare quasi una ‘tentazione’. Io non ho scoperto Toni Servillo: era un grande attore di teatro già per conto suo, e, al cinema, aveva già offerto delle performances ottime come, ad esempio nell’episodio de I Vesuviani diretto da Mario Martone, un film, però, ‘sfortunato’. Nonostante la sua splendida interpretazione, l’insuccesso commerciale ha ritardato il fatto che il grande pubblico notasse il suo talento. E’ stato, però, con L’Uomo in più e Le conseguenze dell’Amore che il nostro ‘binomio’ ha ottenuto un’attenzione particolare
Il merito della sua bravura è tutto di Servillo: l’unico titolo che mi attribuisco è quello di avere scritto per lui dei personaggi degni che gli permettessero di esprimere le sue grandissime qualità di attore. Il mio lavoro di sceneggiatore e di regista è fornire trovate in cui l’attore si trova a proprio agio e in cui si può esprimere al meglio.


Nell’arco di meno di otto anni lei è passato dall’essere un ‘esordiente’ ad un autore ‘di riferimento’: cosa ne pensa?
E’ un tipo di discorso che capisco, ma che, al tempo stesso, faccio fatica a prendere sul serio. Il mio obiettivo è molto più ‘basic’ ovvero è fare quello che mi piace e divertirmi : quando vado a Cannes è come se mi invitassero ad una Festa e non ad un appuntamento importantissimo dove è in gioco la vita o la morte. Per me è andare una festa sia se vieni tartassato e stroncato dalla critica, sia se vieni accolto bene. Per me c’è sempre un elemento ludico importantissimo. ‘Autore di riferimento’? Mi sembra eccessivo. Non penso di essere ancora arrivato a questo status. E’ una definizione che considero ‘eccessiva’.


Eppure ci sono esponenti di spicco del cinema italiano come Carlo Verdone e Christian De Sica che, spesso, citano il suo nome come quello di qualcuno con cui lavorerebbero volentieri…
Sono dichiarazioni che mi riempiono di gioia. Vuole dire che c’è un’intesa forte anche tra persone che fanno un cinema diverso. Verdone e De Sica hanno, inoltre, un’esperienza e un talento che io non ho possiedo. Soprattutto quando ricevo attestati di stima da persone come loro, in grado anche di fare ridere e che hanno scelto di esprimersi attraverso la commedia, io sono molto felice. Io li ammiro molto e avere le loro capacità mi piacerebbe molto. Sono molto lusingato, soprattutto perché quello della commedia e del film comico è un genere che, non ora, ma che prima o poi mi piacerebbe potere affrontare. Sapere che c’è un ‘sentire comune’ mi sprona molto.


Il celeberrimo produttore Aurelio De Laurentiis, in passato, si è lamentato della sua mancanza di coraggio nell’accettare di andare a vivere e studiare in America per qualche tempo. Cosa è successo?
De Laurentiis ha una singolare idea di quello che può essere il ‘coraggio’ e non è certo la mia. Per me è molto più coraggioso resistere alle lusinghe, alle bellezze e alle possibilità dell’America, restando in Italia come ‘un imbecille’ nel tentare di realizzare film che nessuno vuole farmi fare su Andreotti. Questo è l’atto di coraggio: non l’andare in America che rappresenta, invece, una ‘scorciatoia’.
Detto questo sono molto grato a De Laurentiis per la generosità della sua offerta: ovvero inviare me e la mia famiglia negli Stati Uniti a sue spese, per consentirmi di studiare cinema. Non l’ho fatto, perché non credo sia necessario studiare cinema: le scuole sono utili, ma non fondamentali come, ad esempio, in medicina dove il rischio è quello di uccidere qualcuno. Si può arrivare al cinema seguendo percorsi differenti. Bogdanovich faceva il critico, Truffaut anche, mentre Julian Schnabel era un pittore e Clint Eastwood l’attore...
L’idea della scuola dopo avere fatto due film non mi si addiceva e credo di avere fatto una scelta più ambiziosa e, probabilmente, anche più ‘presuntuosa’. Provo a fare i film qui, sperando, un giorno di avere una riconoscibilità internazionale, piuttosto che andare negli Usa da dove, spesso, anche registi importanti sono usciti malconci, a parte, ovviamente Gabriele Muccino…

Scritto da ADMIN
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