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Oscar 2015: tra critiche e autoassoluzioni

Attualità, Eventi

24/02/2015

Meno male che siamo ad Hollywood e non in Italia: potete immaginare le reazioni dei soliti noti dei talk show ‘de noantri’ ai discorsi dei vincitori dell’Oscar se invece che sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles fossero stati fatti in un teatro di Roma o di Milano? 

Ma comunque la politica c’entra sempre, anche ad Hollywood, e se viene tenuta fuori della porta, va a finire che entra dalla finestra. E’ quanto è successo in questa edizione degli Oscar, dove i film più politicizzati, vedi American sniper e Selma, sono stati bocciati, mentre i discorsi ufficiali dei premiati sono stati dichiaratamente politici. Per alcuni commentatori è stata proprio questa la causa della notevolissima flessione (- 17% di spettatori) dell’audience di questa edizione, ma se da una parte è un segno dei tempi, dall’altra questa edizione ha smascherato il buonismo ad ogni costo che da sempre viene tributato a piene mani in queste occasioni. Il mondo si sta globalizzando e l’Oscar viene assegnato ad un regista messicano come Alejandro Gonzales Inarritu. Che nel momento della sua massima gloria non dimentica da dove viene e soprattutto chi sono i suoi compatrioti, le migliaia di messicani che ogni giorno cercano di entrare negli Usa per i quali chiede semplicemente rispetto: «Prego per tutti quelli che arrivano in questo paese, che fanno parte dell’ultima generazione di immigrati, prego perché vengano trattati con la stessa dignità e lo stesso rispetto di tutti quelli che li hanno preceduti, e che hanno contribuito a costruire questa incredibile nazione di immigrati». Patricia Arquette, Oscar come Migliore attrice non protagonista per Boyhood, rivendica, ricevendo un’applauso caloroso da Meryl Streep, la parità di trattamenti per le donne, che nella evoluta e democratica Hollywood del nuovo millennio sono ancora pagate la metà circa dei colleghi maschietti. Inoltre, in un’edizione degli Oscar pesantemente criticata per la quasi mancanza di candidati di colore, solo il film Selma, diretto dalla regista Ava DuVernay aveva ricevuto due candidature per miglior film e per la miglior canzone originale, i due autori della canzone Glory, che ha vinto l’Oscar, hanno rivendicato i diritti degli afroamericani. “Selma è ora perché la lotta per la giustizia si sta ancora combattendo", ha detto John Legend ritirando il premio. 

Certo è un pò bizzarro parlare di discriminazioni per un Premio che solo un anno fa ha incoronato come miglior film 12 anni schiavo, e precedentemente Argo e Zero Dark Thirty,  ma di certo quest’anno Hollywood ha privilegiato il criterio artistico rispetto all’impegno sociale e politico. Anche se a guardare meglio, fermo restando il valore artistico di un film come Birdman, quello che probabilmente ha fatto la differenza è l’autoesaltazione di Hollywood, un pò come è successo con Argo e The Artist, un mondo capace di reinventarsi ogni volta, che ha bisogno di miti, piuttosto che di militanti, ma soprattutto un universo cinematografico dove tutti hanno diritto ad entrare. 

Scritto da Piero Cinelli
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