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Oltre il Giardino. Il Gioiellino di Andrea Molaioli

Attualità, Recensioni

02/03/2011

Dopo il successo de La Ragazza del Lago, Andrea Molaioli torna a flirtare con la cattiva coscienza del nostro paese attraverso un film rigoroso, volutamente freddo e, al tempo stesso, inquietante. Una lucida, ma – al tempo stesso – semplice e precisa analisi della fine di un certo tipo di capitalismo italiano e la nascita di qualcosa che, invece, appartiene al nostro presente.

Una pellicola importante, onesta, utile e, innegabilmente, disturbante, perché oltre a mostrarci gli ultimi venti anni della nostra storia attraverso una prospettiva quantomeno diversa, sembra prospettarcene altri trenta, se possibile, perfino peggiori.

In questo senso, il personaggio più interessante del film, soprattutto perché inventato dalla penna di Molaioli insieme agli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e a Gabriele Romagnoli, è quello della nipote del protagonista: una giovane, bella e seducente ragazza che di questa storia diventa l’anima nera, in quanto negazione dei “valori” cui si rifà il patròn dell’azienda di famiglia. Grazie alla splendida interpretazione di una Sarah Felberbaum sexy e innocente, questo personaggio sembra diventare la sintesi drammatica del futuro che potrebbe aspettarci, dove persone cresciute all’ombra del grande capitalismo italiano, con naturalezza, assumono atteggiamenti in grado di calpestare tutto e tutti, rinnegando idee, valori, coraggio imprenditoriale e seppellendo con scarsa dignità e con una dose ancora inferiore di rimpianti, sogni ed ambizioni insieme ai gioielli in una buca in giardino per evitare il sequestro da parte della Guardia di Finanza.

Ispirato al crack della Parmalat, Il Gioiellino è un film che ha come protagonisti la coppia Remo Girone – Toni Servillo nei panni di Callisto Tanzi e del suo ragioniere di fiducia. Non vengono citati i nomi direttamente coinvolti nella vicenda e questa libertà artistica assai “rinfrescante” serve ad andare oltre il documentario e il cinema d’inchiesta per approfondire tematiche scomode che evitano l’equivoco delle cosiddette ‘mele marce’.

Prendendo quindi solo spunto, e facendo vela grazie al vento dell’invenzione, Il Gioiellino diventa un film profondo e lineare, dove il distacco progressivo dalle radici e dalla realtà, fa sì che una vera e propria spirale di tracotanza condanni, errore dopo errore, i protagonisti.

Una storia vera, ma – soprattutto – veritiera, perché latrice di un’inquietudine profonda dove il reticolo di ombre, soffoca le coscienze dei personaggi, forse, ‘non cattivi’ e nemmeno antipatici, ma certamente dolorosamente incapaci di fermarsi prima che il disastro perda le connotazioni del gioco di ruolo finanziario e si abbatta su risparmiatori e lavoratori. Figure, queste ultime, che restano fuori, fortunatamente, dalla narrazione, impedendo a Molaioli di cercare, ammesso che abbia mai voluto farlo, scorciatoie emotive e narrative più adatte alla Fiction che al grande cinema. Incalzato dall’ottima colonna sonora di Teho Teardo, Il Gioiellino a dispetto del suo titolo vede brillare solo gli occhi della Felberbaum dinanzi alla possibilità di riuscire a manipolare il proprio prossimo. Non ci sono altre luci in questa storia di malaffare e di malcostume in cui Molaioli costruisce, inquadratura dopo inquadratura, una cartina di tornasole per venti anni di storia italiana dal crollo del muro di Berlino a Berlusconi che sembrano segnare l’epitaffio del mondo delle aziende di famiglia, sostituendo gli imprenditori produttori di beni e portatori di valori con uomini d’affari figli del mercato globale, costruttori di scatole cinesi e timorati della parola del dio denaro.

Il Gioiellino non è un film facile, ma – al tempo stesso – è un film opportuno e necessario che oltre a liberarci della tiritera secondo cui in Italia vige la dittatura della commedia, propone un modello di cinema nuovo e differente, erede di una grande tradizione, ma portatore sano di idee nuove interpretate da grandissimi attori come Servillo e Girone, ma anche giovani talenti.

Una pellicola non consolatoria, ma capace di renderci tutti meno inconsapevoli e più preparati al peggio a cui non c’è mai fine, come, non a caso, alle ambizioni smodate di chi cerca la ricchezza non per desiderio, bensì per vanità.

Scritto da Marco Spagnoli
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