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Nostalgia della spensierata gioventù - Intervista a Pupi Avati

Interviste

16/04/2009

Con ironia Pupi Avati si immerge nei ricordi della propria adolescenza, nella Bologna degli anni cinquanta. Con la storia del diciottenne Taddeo (Pierpaolo Zizzi), alter ego del regista, che come massima aspirazione ha quella di entrare a far parte del folto gruppo degli avventori del mitico bar Margherita, situato davanti a casa sua e frequentato da una fauna esclusivamente maschile, che si ritrova ogni sera per parlare di donne, giocare e altre stranezze. Da venerdì 3 aprile nei cinema distribuito da 01 Distribution.

 

Signor Avati, ultimamente sta lavorando moltissimo, e dopo Il papà di Giovanna, ha cambiato completamente con Gli amici del bar Margherita. Le piace sondare i vari generi cinematografici? E' vero non sono mai stato così tanto prolifico e poterselo permettere è un gran bel privilegio. Perché essere prolifici vuole dire potere spaziare continuamente in ambiti che sono sempre diversi. Ed è anche vero che dopo un film duro, provante, come Il papà di Giovanna, non mi andava di ribadire, riconfermare, un clima plumbeo, struggente e drammatico come quello. Tra l'altro non credo nemmeno che sarebbe stata una scelta azzeccata. Io sono uno che ha bisogno continuamente di contraddirsi, di andare in un altrove che più lontano è, meglio è. Anche prima di Il papà di Giovanna avevo fatto un thriller con Il nascondiglio, e quindi, ho la necessità di fare sempre film diversi uno dall'altro. Nell'atteggiamento che io ho nei riguardi delle storie che racconto occorre essere sollecitati dalla differenza, altrimenti si rischia di cadere nella maniera o in una forma di rassicurazione eccessiva.

Quanto c'è di autobiografico in questo film? C'è lo sguardo di un ragazzo di 16 anni che osserva degli uomini più grandi di lui, all'incirca dei trentenni, che guarda con l'ammirazione ingenua, un po' bambinesca, di uno che vede in questi clienti di un bar delle figure 'fantastiche'. Dico 'fantastiche' perché attraverso i miei occhi questi giovani si atteggiavano in modo sempre al limite: si divertivano molto, facevano battute, guardavano le donne, prendevano in giro loro stessi_ erano bizzarri. E il mio protagonista, che si chiama Taddeo, vede in questi individui i suoi eroi. Quindi di autobiografico c'è il mio sguardo. Sono io che sono molto più giovane di loro e che da grande vorrei diventare uno del bar Margherita, dato che in quegli anni ne ero escluso perché troppo piccolo. Ho come progetto di vita quello, poi fortunatamente, mi sono ricreduto. Ma, allora, mi sarebbe piaciuto terribilmente essere come loro, in particolare, il personaggio che fa Diego Abatantuono, che è il leader, il boss del bar_  lo ammiravo tantissimo. Ora, i giovani degli anni cinquanta visti oggi, non ti sembra che siano passati solo cinquant'anni, ma ti pare veramente di avere trattato un argomento ambientato nell'Alto Medioevo. Perché i comportamenti, gli atteggiamenti, la dissipazione del tempo, la sconsideratezza, la mancanza di impegno, il disinteressarsi degli adulti, non esistono più. Il grande privilegio di quella generazione è stato proprio quello di non contare nulla. E questo ha permesso ad ognuno di loro di farsi la sua vicenda personale, che poi era limitata a quel microcosmo, ma era una possibilità che attualmente non esiste più.

 

 

Scritto da ADMIN
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